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L'ingresso nella liturgia cristiana, quando si supera in punta di piedi la soglia e si inizia "Nel nome del Padre, del Figlio e dello spirito Santo", non è come l'ingresso ad un edificio pubblico dove ci si reca perché si ha bisogno di un certificato o di una prestazione. Non passiamo in chiesa per una rivendicazione, della serie: "Ti chiedo questo e quest'altro e tu mi devi dare", e neppure andiamo come ad una pompa di benzina per fare il rifornimento, quasi trampolino per un impegno nella vita morale. Certo, si dice: "Se Dio non mi aiuta come faccio?", ma dovremmo intenderci. Noi andiamo per esprimere la nostra lode al Padre che, attraverso il Figlio e per una "potenza dell'altro mondo", ci fa sedere a tavola e passa a servirci, ci porta ad inserirci in questa comunione divina.

Ahimè: le volte che si lodava, ma non si faceva caso alle parole - per esempio - del prefazio o delle orazioni. Si era con la testa rivolta ai bisogni contingenti e veri (dalla pace del mondo all'aiuto per trovare le chiavi di casa...) tanto da non accorgersi. Certo un "canto" di qui, un "alleluia" di là, ma senza il cuore umile di chi recita perennemente il "Magnificat", perché "Dio ha guardato alla sua serva ed ha esaltato gli umili"... Ahimè!

Che bello poter recuperare... il "proprio" della preghiera cristiana! Da figlio che loda continuamente arrivo a dire: "Tu che conosci i cuori, sostienici, ricordati, consola, aiuta in questa fatica della malattia". Tutto prenderà un altro tono, appunto il tono cristiano.

Esprimere la lode, rendere grazie ora e in ogni luogo, con un pizzico di commozione perché è venuto tra noi, è passato nella sofferenza e nella morte, è risorto e con la sua Provvidenza guida la Chiesa. La lode per restituire ciò che ci viene dato gratuitamente. E la liturgia cristiana è restituire l'amore nella lode.