asteriscoCome in tutte le cose: "Si inizia in un modo e si finisce in un altro". Spesso lo si dice in chiave negativa, quasi con delusione perché si era partiti con sogni, progetti di vita ed altro e poi le cose sono andate diversamente. Credo sia possibile capovolgere il taglio negativo e affermare che si parte in un modo e si finisce in un altro... nella sorpresa.

Ero partito per il Seminario in prima media, avevo percorso la crescita formativa nel ginnasio, nel liceo e nel periodo teologico fino alla consacrazione quarant'anni fa, con un filo che univa tutto: diventare prete per il Signore, per la parrocchia, per l'oratorio. In quegli anni si partiva anche in tanti: ricordo che solo in prima media eravamo cinque sezioni per tre sedi dislocate in punti diversi della Diocesi. In Duomo, il 14 giugno 1980, eravamo 45 persone, pronte a iniziare l'avventura sacerdotale.

Un mondo ecclesiale diverso, una cultura diversa, rispetto ad oggi. Si era preparati per quel mondo che già iniziava ad avere delle crepe con i segnali di fine d'epoca che ora viviamo. Nel corso degli anni il cambiamento è stato radicale in tutti i campi. Anche fare il prete entrava in questo vortice di trasformazione e di crisi: si era partiti in un modo, ma nel frattempo tutto diventava diverso con coordinate inimmaginabili. La preparazione non era sbagliata in sé, perché ci aveva fornito una certa umiltà che serviva "per ri-vedere, ri-aggiornare, ri-sistemare, ri-comporre", con tanti "ri"! Ma tutto era in evoluzione.

Mi permetto di fare una lettura della situazione in cui io ed altri ci siamo trovati. Come se Dio ci avesse chiamato tenendo conto delle motivazioni che un giovane di 25 anni riteneva determinanti, ma per uno sviluppo della vocazione che solo Lui poteva sapere. Era l'inizio di un viaggio con tappe, percorsi, luoghi e persone per liberarsi progressivamente del punto di partenza per essere e diventare secondo la visione che Lui, il Maestro, aveva. D'altra parte, se ti fidi di Dio occorre lasciare che sia Lui a guidare le danze.

La vera decisione di diventare il prete la presi in modo chiaro nel febbraio del secondo anno di teologia (i mesi sono chiari e gli anni inconfondibili), durante la settimana di esercizi spirituali predicati dal gesuita padre Maurizio Costa (e neppure i nomi si dimenticano!). La frase scatenante la scelta stava nel capitolo 3 del vangelo di Marco: "Poi Gesù salì sul monte e chiamò a sé quelli che egli volle, ed essi andarono da lui. Ne costituì dodici per tenerli con sé e per mandarli a predicare con il potere di scacciare i demòni". Alla luce di quella Parola mi sono mosso decisamente per gli ultimi quattro anni di Seminario. Rimaneva però altrettanto chiara la motivazione per un servizio ai ragazzi e ai giovani nell'ambito dell'oratorio. Così mi presentai al Vescovo "appena sfornato" (Carlo Maria Martini) dall'intuizione di Giovanni Paolo II, che imponeva su di me, per la prima volta, le mani consacranti.

Ora quella frase ritorna nella sua purezza, nonostante molte cose fatte, idee realizzate, progetti andati male, iniziative buone ed altre meno buone. Si fa così più chiara la percezione che lo scoccare della scintilla era tra due pietre, quella di Dio e la mia persona, certo una eterna e l'altra evidentemente... dura. Nel corso della vita bisognava solo che da dura, la testa, diventasse come la Sua.

Quella decisione doveva liberarsi da progetti, idee e fantasie umane per essere al servizio di una nuova chiamata, quella che ti porta sul Monte a stare con Lui: cosa è se non la liturgia? Quell'essere con altri discepoli: cosa è se non la comunione tra fratelli e sorelle in Cristo? Quell'annunciare la novità: che cosa è se non parlare della Pasqua? Quell'andare a liberare dal male: cosa sono se non le mani di un prete che danno il perdono e offrono i sacramenti?

Si parte in un modo e Dio lascia che la molla sia tua, siano i criteri che tu vedi nel periodo della decisione e poi chiede solo di "lasciare" che pian piano prenda Lui il comando perché avvenga il Suo Regno. Come se ci fosse una prima Ordinazione sacerdotale e poi... una seconda, una terza. Ecco perché non è con delusione che si riconoscono i passaggi ma con la sorpresa, la stessa che noti in una particola di farina posta sull'altare, ogni giorno per quarant'anni.

don Norberto