SANTISSIMA TRINITÀ - I domenica dopo Pentecoste

Lettura del Vangelo secondo Giovanni 14, 21-26
In quel tempo. Il Signore Gesù disse ai suoi discepoli: «Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».
Gli disse Giuda, non l’Iscariota: «Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi, e non al mondo?». Gli rispose Gesù: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.
Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto».

Oggi, festa della Santissima Trinità, il Vangelo di san Giovanni ci presenta un brano del lungo discorso di addio, pronunciato da Gesù poco prima della sua passione. In questo discorso Egli spiega ai discepoli le verità più profonde che lo riguardano; e così viene delineato il rapporto tra Gesù, il Padre e lo Spirito. Gesù sa di essere vicino alla realizzazione del disegno del Padre, che si compirà con la sua morte e risurrezione; per questo vuole assicurare ai suoi che non li abbandonerà, perché la sua missione sarà prolungata dallo Spirito Santo. Ci sarà lo Spirito a prolungare la missione di Gesù, cioè a guidare la Chiesa avanti.
Gesù rivela in che cosa consiste questa missione. Anzitutto lo Spirito ci guida a capire le molte cose che Gesù stesso ha ancora da dire. Non si tratta di dottrine nuove o speciali, ma di una piena comprensione di tutto ciò che il Figlio ha udito dal Padre e che ha fatto conoscere ai discepoli. Lo Spirito ci guida nelle nuove situazioni esistenziali con uno sguardo rivolto a Gesù e, al tempo stesso, aperto agli eventi e al futuro. Egli ci aiuta a camminare nella storia saldamente radicati nel Vangelo e anche con dinamica fedeltà alle nostre tradizioni e consuetudini. Ma il mistero della Trinità ci parla anche di noi, del nostro rapporto con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Infatti, mediante il Battesimo, lo Spirito Santo ci ha inseriti nel cuore e nella vita stessa di Dio, che è comunione di amore. Dio è una “famiglia” di tre Persone che si amano così tanto da formare una sola cosa. Questa “famiglia divina” non è chiusa in sé stessa, ma è aperta, si comunica nella creazione e nella storia ed è entrata nel mondo degli uomini per chiamare tutti a farne parte. L’orizzonte trinitario di comunione ci avvolge tutti e ci stimola a vivere nell’amore e nella condivisione fraterna, certi che là dove c’è amore, c’è Dio.
Il nostro essere creati ad immagine e somiglianza di Dio-comunione ci chiama a comprendere noi stessi come esseri-in-relazione e a vivere i rapporti interpersonali nella solidarietà e nell’amore vicendevole. Tali relazioni si giocano, anzitutto, nell’ambito delle nostre comunità ecclesiali, perché sia sempre più evidente l’immagine della Chiesa icona della Trinità. Ma si giocano in ogni altro rapporto sociale, dalla famiglia alle amicizie all’ambiente di lavoro: sono occasioni concrete che ci vengono offerte per costruire relazioni sempre più umanamente ricche, capaci di rispetto reciproco e di amore disinteressato.
La festa della Santissima Trinità ci invita ad impegnarci negli avvenimenti quotidiani per essere lievito di comunione, di consolazione e di misericordia. In questa missione, siamo sostenuti dalla forza che lo Spirito Santo ci dona: essa cura la carne dell’umanità ferita dall’ingiustizia, dalla sopraffazione, dall’odio e dall’avidità. La Vergine Maria, nella sua umiltà, ha accolto la volontà del Padre e ha concepito il Figlio per opera dello Spirito Santo. Ci aiuti Lei, specchio della Trinità, a rafforzare la nostra fede nel Mistero trinitario e ad incarnarla con scelte e atteggiamenti di amore e di unità.

DOMENICA DI PENTECOSTE

Lettura del Vangelo secondo Giovanni 14, 15-20
In quel tempo. Il Signore Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi».

Questa pagina è segnata da un fremito di tenerezza. Raramente cerchiamo nei Vangeli l'impronta dei sentimenti, dei moti del cuore. Più spesso ci rivolgiamo ai messaggi, ai contenuti dottrinali. Eppure i Vangeli registrano anche i giorni e le emozioni vissute da Gesù con i suoi amici. Così infatti ha chiamato i suoi discepoli. Insieme hanno camminato, riposato, consumato i pasti insieme per alcuni anni. Ora è il tempo della separazione e, avvertendo il vuoto che la fine della sua presenza in mezzo a loro spalancherà, Gesù rassicura: Non vi lascerò orfani, verrà un altro Paraclito che stia con voi per sempre.
Queste parole, segnate dalla fatica di un distacco, sono dette ai discepoli ma valgono anche per noi. Non siamo orfani, con noi per sempre sarà un altro Paraclito, un altro dopo Gesù chiamato a stare accanto, vicino, con noi. Non sarà una presenza fisica, tangibile; non sarà come avere accanto Gesù che magari dorme nella barca agitata dalla burrasca, o piange davanti alla tomba di Lazzaro, o chiede compagnia e vicinanza l'ultima sera della sua vita. Non sarà una presenza che le mani stringono e gli occhi scrutano, eppure sarà con noi sempre, dimorerà, rimarrà con noi. Dove e come riconoscere questa presenza rassicurante?
Due i luoghi decisivi di questa presenza. Il primo è il cuore. Con questo termine la Scrittura sacra non indica tanto la dimensione affettiva della persona quanto l'interiorità, noi diremmo la coscienza. E' in questo spazio interiore che ognuno di noi esercita la sua libertà, compie le scelte. E' nella coscienza che risuona la voce di Dio ed è dalla coscienza che scaturisce la preghiera. Qui lo Spirito parla. Quanti uomini e donne ne hanno ascoltato la voce e hanno compiuto scelte coraggiose, spesso anticonformiste e controcorrente, arrivando in qualche caso anche al sacrificio della vita. Proprio in questi giorni ricordiamo Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo, gli uomini della scorta, e poi Paolo Borsellino: seguendo la voce della coscienza hanno lavorato consapevoli di rischiare la loro vita. E come loro quanti altri docili alla voce della coscienza piuttosto che al calcolo dell'interesse. Grazie a loro non dobbiamo vergognarci di appartenere alla specie umana. Essere docili allo Spirito Santo, lo Spirito di Gesù, significa ascoltare la coscienza e agire secondo la sua voce.
Ma vi è un secondo luogo dove lo Spirito si manifesta ed è indicato dalle prime due letture di questa domenica. Questo secondo luogo è la comunità, sono i legami che uniscono le persone. Lo Spirito è un grande fattore di comprensione reciproca, di dialogo. Il miracolo di Pentecoste è quello della comunicazione tra genti che le diversità separano, è la capacità di comprendersi pur nella varietà dei linguaggi. La dove si abbattono barriere e si gettano ponti lì opera lo Spirito. Ugualmente dove i propri talenti, le proprie risorse sono messe a servizio del bene comune lì opera lo Spirito. Così afferma Paolo nella seconda lettura. Inafferrabile lo Spirito, come vento che non possiamo stringere nelle mani, eppure quanto è presente e decisivo questo Spirito nella nostra coscienza che sceglie nella libertà, anche compiendo, se necessario, obiezione di coscienza. Quanto è presente ogni volta che guardiamo l'altro non come un estraneo da temere ma come compagno e amico dei nostri giorni.

ASCENSIONE DEL SIGNORE

Lettura del Vangelo secondo Luca 24, 36b-53
In quel tempo. Il Signore Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro.
Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni. Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto».
Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo. Ed essi si prostrarono davanti a lui; poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio.

Un pastore della chiesa riformata, il pastore Paolo Ricca, scrivendo dell'Ascensione, diceva che "un po' dappertutto l'Ascensione è diventata o tende a diventare la cenerentola delle feste cristiane". Ascensione, festa cenerentola. E si chiedeva perché, come mai? Eppure dell'Ascensione si parla ampiamente nelle Sacre Scritture. A confronto per esempio col Natale, molto più ampiamente. Eppure vedete quanta importanza diamo al Natale, e quanta meno all'Ascensione. Perché? Come mai? "La risposta" -scrive Paolo Ricca- "non è difficile: l'Ascensione è poco festeggiata perché la Chiesa esita a far festa nel momento in cui il suo Signore "se ne va". La Chiesa festeggia volentieri il Signore che viene, ma non il Signore che parte; acclama colui che appare, ma non colui che scompare".
Con l'Ascensione Gesù diventa invisibile. L'invisibilità fa problema: mi ha colpito questa citazione di Dietrich Bonhoeffer, che scriveva: "L'invisibilità ci uccide".
Sì, questo è un pericolo. Non è forse vero che nell'invisibilità ci si allontana a volte? Abbiamo perfino coniato un proverbio: "Lontano dagli occhi, lontano dal cuore". Quasi a dire che quando viene meno la visibilità -lontano dagli occhi- viene meno anche il rapporto la relazione. E non è proprio questo quello che accade sul monte degli Ulivi, e cioè l'andare lontano dagli occhi? E' scritto: "fu elevato in alto sotto i loro occhi e una nube lo sottrasse al loro sguardo...". Lontano dagli occhi. Ma ci chiediamo, lontano anche dal cuore questo Signore? Ecco, la storia che seguì - e la storia che segue è certo quella narrata negli Atti degli Apostoli, ma anche quella narrata nei secoli successivi, è la storia anche dei discepoli di oggi - ebbene, la storia che segue contiene una sfida al proverbio, sta a dimostrare che la lontananza dagli occhi di Gesù, la sua invisibilità, non l'ha cancellato dal nostro cuore. "L'invisibilità" - scrive Paolo Ricca - "non significa assenza, ma un altro tipo di presenza, quella dello Spirito con il quale Gesù paradossalmente è più vicino di prima ai suoi discepoli: prima stava "con loro", adesso dimora "dentro" di loro". L'Ascensione rovescia il proverbio: "lontano dagli occhi, vicino nel cuore". Vorrei aggiungere che paradossalmente quella visibilità di Gesù a cui, a volte, guardiamo con nostalgia, la visibilità del passato, quando le folle lo toccavano, quando la donna peccatrice lo ungeva e lo profumava, quella visibilità era anche un ostacolo. Un ostacolo perché tratteneva Gesù: lo tratteneva in un piccolo paese, nei confini che delimitavano la sua azione: quante migliaia di persone lo videro, lo ascoltarono? Poche senz'altro. Da quando è asceso al cielo, pensate quante storie di uomini e di donne - miliardi, miliardi di storie e noi siamo una di queste storie - quante storie di uomini e di donne hanno stretto un legame con questo invisibile Signore.
Voi mi capite, che Gesù - lontano dai nostri occhi - viva, viva con la sua presenza, con la sua parola, con la sua luce, con la sua consolazione, nei nostri cuori. E da ultimo è anche vero che questa festa dell'Ascensione - lo faceva notare ancora Paolo Ricca - proprio perché sottrae il Signore ai nostri sguardi, ci fa vivere i nostri giorni anche come attesa. Perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che è stato tra voi assunto fino al cielo, tornerà un giorno, allo stesso modo in cui l'avete visto andare in cielo. Vivere l'attesa. Non è facile imparare l'attesa. Aspettare Dio. Anche nella religione a volte abbiamo più l'aria di chi possiede, che lo sguardo curioso di chi attende. (Angelo Casati)