informatoreTerza domenica di Pasqua

Mangiare, ma dove?

È chiusa la locanda del Giovedì Santo. Hanno tolto le insegne e non si può più cenare in "quella sala al piano superiore". Forse ad Emmaus le cose potrebbero andare meglio ma, si sa: "Lui sparì dalla loro vista" e mangiare senza il forestiero che si è accostato per strada non è il massimo.

Meno male che qualcuno dice: "Beati gli invitati alla cena del Signore"; in altri casi si dice “Beati gli invitati al banchetto di nozze dell’Agnello!”: bisogna aprire però il libro sconosciuto ma spettacolare dell'Apocalisse per sentire bene.

Nella messa si accenna a quel banchetto quando il prete ha in mano il pane (si vede la grande particola spezzata) e dice così, mentre la gente si prepara ad uscire per fare la comunione, il chitarrista prende lo spartito e i coristi aprono il libro dei canti. Ma nessuno si accorge dell'invito, dal momento che si ripete e non ci si fa più caso, eppure si parla di "cena del Signore o banchetto dell'Agnello": non un semplice fast food da quattro soldi!
Il tempo pasquale, si diceva la scorsa volta (nel foglio fratello di questo), è anche tempo per "Eco", l'eco della Pasqua appena celebrata e che rischia di andare subito in cantina più in fretta ancora delle statuine di Natale.

Tornare alla locanda del Giovedì è possibile con un pizzico di nostalgia, ricordare la tavola di Emmaus va bene ma... essere invitati alla cena del Signore o al banchetto di nozze dell'Agnello è un'altra cosa!

È ciò che si celebra ininterrottamente nella Gerusalemme celeste, là dove l'Agnello è seduto sul trono. Al di là di pandemie, guerre, ingiustizie, violenze, sopraffazioni, devastazioni morali... le nozze tra lo sposo e la sposa non si interrompono e noi ne siamo gli invitati! Bene allora rientrare in ciò che abbiamo vissuto il Giovedì Santo, a porte chiuse, o a quello che è successo la sera di Pasqua nel villaggio distante undici chilometri da Gerusalemme. La liturgia non tocca solo un necessario punto del passato ma ci porta a partecipare alla eterna comunione con Dio, dove il futuro è... anticipato nella Pasqua settimanale e in quella giornaliera.

Ora che ci manca la messa, sapremo approfittare per prepararci a quando sentiremo le parole del prete, per non... fare come si faceva prima, e cioè non accorgersi a che tipo di banchetto si era invitati? Tutto questo perché noi, credenti di oggi e di sempre, si possa stare seduti al banchetto di nozze dell'Agnello. C'è da perdere la testa!

A proposito di Agnello

Anche la terza domenica di quest’anno parla di Agnello. Ciò che dice Giovanni Battista indicando Gesù all'inizio del quarto vangelo: "Ecco l'agnello di Dio che toglie il peccato del mondo", deve essere stato sconvolgente se poi due dei suoi discepoli (Andrea e Giovanni) lasciano il battezzatore e seguono questo... "Agnello". Il cugino di Gesù quella volta perse "due pezzi da novanta", diremmo!

Vi risparmio i richiami dell'antico testamento sull'agnello ma ricordo che ora il richiamo (quando sentiamo parlare di Agnello di Dio) è quello ben chiaro indicato dall'Apocalisse, agnello che è stato sgozzato e sacrificato. Questo affinché sia possibile, a chi crede e si apre, partecipare alla vita stessa di Dio, mangiando di Lui, assimilando la Sua capacità di dono e di amore. Perché noi poi... mangiamo l'Agnello di Dio, diventando Lui, Suo corpo.

Da qualche domenica non ci danno nulla da mangiare, non partecipando alla messa: si parla di "comunione spirituale". Questo obbligatorio modo di unirsi senza il pane, precisa che Dio stesso quasi... "mangia Lui, noi", ci introduce comunque nella Comunione con il Padre.

Senza il sapore della farina, siamo ammessi alla Sua festa e così più Lui c'è, più il peccato ha vita dura, dal momento che è proprio venuto per "togliere il peccato". Il singolare (il peccato del mondo) racchiude tutte le fughe nel male e nell'egoismo e ci riporta alla radicalità della nostra debole esistenza. Nella messa invece si usa il plurale dicendo: "Che toglie i peccati del mondo". Va bene, basta solo fare attenzione a non cadere negli elenchi specifici, come se Dio fosse sceso, a prezzo di quel sangue, solo perché... ho detto una bugia, perché mi è scappata una parolaccia o mi è venuto un pensiero sconcio a livello sessuale.

Il peccato al singolare parla della mia distanza da Dio e sapere che Gesù è venuto per togliere quella distanza e portarmi ad essere figlio di Dio, è una novità impressionante!

don Norberto


Continuiamo la proposta di lettura di un vangelo alla settimana: dal 27 aprile al 3 maggio

Un po' lungo il Vangelo di Luca (con sette persone, usando il computer, siamo arrivati a leggerne la metà in un'ora e mezza). In questa settimana è il turno di Marco. Vangelo più corto, 16 capitoli: in una sera si può leggere. Suggerisco di farlo ad alta voce, magari insieme con altri, perché questa Parola risuoni in noi e nell'atmosfera pesante che respiriamo.

Due parole su Marco e il suo vangelo

  • È ritenuto il più antico dei quattro vangeli... Ha un tono più narrativo, a lui non interessano i ragionamenti o le motivazioni. È uno che osserva e vede ciò che succede. Per questo la sua "buona notizia" guarda a tutti. I destinatari dell'opera erano i cristiani non ebrei, probabilmente quelli di Roma. Marco, forse, ha potuto conoscere Gesù se fosse, veramente e come sembra, quel giovanetto che scappò nudo al momento dell'arresto di Gesù.
  • Verso gli anni 60 si trova a Roma e da qui scrive il suo vangelo. Marco era stato interprete di san Pietro, dal quale apprese le cose dette e compiute dal Signore. Anche se questa notizia non è certa, resta significativo, infatti, che in questo vangelo Pietro è ricordato circa venti volte.
  • Il Vangelo secondo Marco è diretto soprattutto al catecumeno, che ha bisogno di sapere chi è Gesù, chi sta per seguire, come si segue, dove conduce la sua sequela, per non farsi illusioni. Marco vuole, perciò, suscitare il desiderio di seguire Gesù fino alla croce e di riconoscerlo: è il Figlio di Dio, come lo dichiara il centurione. (Mc 1,1).
  • Il racconto di Marco copre una minima parte dell'arco della vita di Gesù. La sua narrazione comincia quando Gesù è intorno ai trent’anni. La vita pubblica dura tre anni.

Le ricorrenze del 25 aprile e del 1° maggio in tono minore, ci obbligano a non perdere il senso delle due feste civili. Abituati a schemi con tanto di manifestazioni e contromanifestazioni, di parole vere e di retorica, potremo vivere bene queste date, nella lettura di qualche articolo, nella visione di qualche programma e, perché no, nella preghiera.


Per il mese di maggio
La prossima settimana daremo qualche suggerimento per valorizzare la figura di Maria all’interno del tempo di Pasqua, al di là del mese di maggio: il rosario e magari altro.