informatoreVII domenica di Pasqua - domenica dopo l'Ascensione

"Bentornati a tutti, la tavola è imbandita, accomodatevi"!

Sabato 23 e domenica 24 maggio 2020 la sesta liturgia di Pasqua si celebra con il popolo di Dio! Sei domeniche senza nessuno in chiesa (pur celebrando sempre) e sei domeniche di Quaresima precedenti con altrettanto silenzio. Ora la liturgia domenicale... come Dio comanda, finalmente! Ci sarà solo da avere un po' di pazienza per la prenotazione e per mascherine ma, va bene.
In nove giorni precedenti abbiamo offerto una "novena" di avvicinamento, scandendo i numeri: - 9, - 8... - 1... come quando si attende l'arrivo dell'anno nuovo. E ora la festa!
Per comodità rimettiamo sul foglio informatore tutti i nove atteggiamenti da vivere e che rimangono indicazioni precise anche per il futuro, facendo pulizia di ciò che è vecchio, togliendo abitudini stantìe, correggendo comportamenti sbagliati e soprattutto percependo il privilegio di poter accedere... alla Cena del Signore, al Banchetto dell'Agnello: non caramelle!
Bentornati allora a tutti: prego, accomodatevi...

don Norberto


1. Entrare in punta di piedi

Nella liturgia cristiana occorre fare così perché... si è OSPITI di un'azione che è "di Dio". Si accede ad una Comunione che è "di Dio" con gli angeli, Maria, i santi, i nostri cari. Se si entra in punta di piedi è più facile ammirare qualche cosa di inaudito: "Siamo invitati al banchetto dell'Agnello".
Siamo ospiti anche noi preti, non padroni di una comunità, non "addetti ai lavori" quasi "operatori del sacro". Ci è stato chiesto, con un Sacramento, di condurre i discepoli del Signore a questa Comunione e ad esserci da servi.
Ahimè: quando forse abbiamo preso il momento "sotto gamba", quasi "un meeting con amici e aperitivo", quasi "un obbligo da eseguire per sentirci bene"...ahimè!
Se per caso qualcuno ha lasciato questo incontro domenicale per difficoltà sue, se ha avvertito il disagio in questi mesi di epidemia, se però avvertirà il richiamo ad un incontro e il profumo del pane santo: entri in punta di piedi!


2. Vicini ma senza toccarsi

Sarà questa la condizione in cui saremo nei posti assegnati, senza contatti fisici, senza segno della pace, senza la stretta di mano. Eppure, il legame esiste perché è lo Spirito Santo che ci unisce. Lo ha fatto per tante settimane superando il limite di non potersi incontrare.
Ahimè: Quando forse abbiamo creduto che bastava "stare insieme", "essere in tanti", "avere dei contatti con i nostri corpi". Così facendo ci siamo permessi giudizi, parole affrettate o, peggio, avere portato in comunità una mentalità mondana, quella che guarda solo apparenza o parla per sentito dire... ahimè!
Il legame nello Spirito Santo, molto più reale di quello che sembri, "destabilizza" perché obbliga ad aprirsi ad accogliere l'altro, rende umili e puri, rende anche noi "figli dell'Altissimo". Dio si è fatto talmente vicino da avere con noi un legame eterno e garantendo la stessa intensità ai fratelli e alle sorelle "in Cristo Gesù".


3. In casa d'altri si saluta

Il saluto indica il tipo di relazione che esiste con chi incontriamo per strada o in casa. Il primo saluto che faremo, magari con commozione, sarà: "Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo". Pur essendo "nella" chiesa parrocchiale, in realtà siamo "in Dio". Il saluto e la benedizione ci vengono dall'alto, mentre noi salutiamo con la mano che segna il nostro corpo da testa a cuore, da spalla a spalla. Nulla ha impedito questo legame eterno perché ha superato la morte e quindi il tempo e lo spazio, una unione che si è sviluppata nelle nostre case con la pandemia. Ma ora incontrandoci ci saluteremo da figli di Dio, con il segno della croce... sintesi del cristianesimo.
Ahimè: quando è diventato "gesto scaramantico", fatto per abitudine e senza valore, "come bere un bicchiere d'acqua", dimenticato all'inizio del giorno e al termine della giornata... ahimè!
Eppure, all'inizio "ci segniamo", e al termine veniamo "benedetti" per portare fuori ciò che siamo diventati alla scuola di Dio, alla tavola della Parola e del Pane santo.


4. L'attenzione al silenzio

Il "silenzio è una persona", mi piace dire, e in questi mesi stava soprattutto in chiesa: non era mai vuota... era in silenzio, è diverso! Quando si passa da soli nella chiesa si è avvolti dal silenzio che indica una presenza, quella che una lampada rossa ci segnala, visto che siamo disattenti. C'è la Sua presenza! Quando si è soliti andare in montagna e arrivare, per esempio, in una vallata o in alto, dicevo ai ragazzi: "Si saluta il silenzio", perché è reale e concreto.
Ahimè: quanto rumore inutile, quanto disturbo, quanta faciloneria, quanta ecc... ecc... Le nostre assemblee diventate luogo di chiacchiere, di parole inutili. Come non si sfrutta il tempo che viene dato durante la Messa al silenzio, predisposti a vedere sull'orologio quanto manca alla fine... Ahimè!
Sarà bello attendere nel silenzio che il prete inizi la Messa. Sarà bello, quando avremo in mano i fogli, leggere una lettura o una orazione o (ormai sappiamo!) il prefazio! Attendere, aiutati dal "signor silenzio", l'arrivo dello Spirito Santo che parlerà di Lui, ci insegnerà ogni cosa: lo ha garantito. E poi come sarà bello approfittare dei momenti silenziosi dopo la predica, dopo la comunione per esempio.


5. Consegnare il proprio peccato

Il peccato è un virus con cui facciamo normalmente i conti, ammalandoci di cattiveria, di banalità, di furbizia, alzando la temperatura negativa delle nostre relazioni. La Chiesa all'inizio della pandemia ci ha concesso il perdono "in anticipo" rispetto ad un esame di coscienza o alla Confessione. Ora chi vorrà potrà concludere "nel sacramento della Confessione" quel perdono che, se richiesto, ci è arrivato grazie alla maternità della Chiesa. Ritornando a Messa potremo idealmente portare tutta la "crosta" di male che si è depositata in noi in queste settimane di chiusura forzata: parole, pigrizie, arrabbiature, scatti... Chi vorrà potrà magari scrivere e poi mettere il foglio in una busta chiusa e lasciarlo in un cestino. Poi lo bruceremo: è una idea!
Ahimè: quando in molte messe, causa ritardo voluto, non siamo entrati in tempo per "riconoscere i nostri peccati", quando non abbiamo fatto nulla credendo che le parole del prete ("Riconosciamo i nostri peccati") fosse un "tanto per dire", quando non facciamo i conti con la nostra volontà debole e attaccata dal maligno... Ahimè!
Andando a Messa, almeno davanti a Dio si è veri, perché "figli di Adamo" e da Lui si sente che: "Lui fa festa per un peccatore che si converte". Essere allora consapevoli che Dio "va a nozze" con il nostro peccato, se accettato e riconosciuto. Forse potremo vivere meglio quel gesto liturgico.


6. Imparare ad ascoltare Lui

Sappiamo che a Messa si ascolta la Parola di Dio sia nella parte "difficile" dell'Antico Testamento, nella fase spesso "tosta" di san Paolo e nel vangelo più "alla portata". Quest'ultimo produce due "effetti": da una parte, con la scusa che lo sentiamo da anni, si dice: "Lo so già"; dall'altra, soprattutto se siamo nel vangelo di Giovanni, ci viene spontaneo: "Che difficile, che cosa c'entra con la mia vita?".
Ahimè: quanta abitudine, quanto "prendere sotto gamba" la Parola di Dio, quanta "ignoranza" nei testi biblici, quanto distacco tra noi e ciò che si proclama nella liturgia. Magari poi i lettori sono frettolosi e non hanno meditato prima il testo sacro oppure non fanno arrivare in modo corretto il significato di ciò che leggono. Per non parlare della predica e delle solite cose che i preti dicono. Così si toglie l'audio, si pensa ad altro e si perde l'opportunità perché ci arrivi il suono di Dio... ahimè!
In certo casi si potrebbe procedere con un bel "fai da te" portando a casa il foglietto (lo faremo anche per un po' di settimane) meditandolo personalmente, alla faccia dei lettori e dei preti.
Il problema però è un altro: ascoltare sì le letture con un po' di preparazione e attenzione affinché... si senta la Voce: Lei arriva, e come arriva! Talvolta nella forma della consolazione, altre volte nella forma del silenzio o nell'indicazione di una strada da intraprendere, talvolta nel semplice arricchimento di un legame di amore. Desiderare che risuoni in noi la Voce del Signore, dentro la Parola che si proclama.


7. Esprimere la lode

L'ingresso nella liturgia cristiana, quando si supera in punta di piedi la soglia e si inizia "Nel nome del Padre, del Figlio e dello spirito Santo", non è come l'ingresso ad un edificio pubblico dove ci si reca perché si ha bisogno di un certificato o di una prestazione. Non passiamo in chiesa per una rivendicazione, della serie: "Ti chiedo questo e quest'altro e tu mi devi dare", e neppure andiamo come ad una pompa di benzina per fare il rifornimento, quasi trampolino per un impegno nella vita morale. Certo, si dice: "Se Dio non mi aiuta come faccio?", ma dovremmo intenderci. Noi andiamo per esprimere la nostra lode al Padre che, attraverso il Figlio e per una "potenza dell'altro mondo", ci fa sedere a tavola e passa a servirci, ci porta ad inserirci in questa comunione divina.
Ahimè: le volte che si lodava, ma non si faceva caso alle parole - per esempio - del prefazio o delle orazioni. Si era con la testa rivolta ai bisogni contingenti e veri (dalla pace del mondo all'aiuto per trovare le chiavi di casa...) tanto da non accorgersi. Certo un "canto" di qui, un "alleluia" di là, ma senza il cuore umile di chi recita perennemente il "Magnificat", perché "Dio ha guardato alla sua serva ed ha esaltato gli umili"... Ahimè!
Che bello poter recuperare... il "proprio" della preghiera cristiana! Da figlio che loda continuamente arrivo a dire: "Tu che conosci i cuori, sostienici, ricordati, consola, aiuta in questa fatica della malattia". Tutto prenderà un altro tono, appunto il tono cristiano.
Esprimere la lode, rendere grazie ora e in ogni luogo, con un pizzico di commozione perché è venuto tra noi, è passato nella sofferenza e nella morte, è risorto e con la sua Provvidenza guida la Chiesa. La lode per restituire ciò che ci viene dato gratuitamente. E la liturgia cristiana è restituire l'amore nella lode.


8. La trepidazione

Parliamo di quella trepidazione davanti al fatto di ricevere il Corpo di Cristo nel pane eucaristico. Per molte settimane molti hanno sentito dire: "Ti Ricevo spiritualmente nel mio cuore, dal momento che non posso riceverti sacramentalmente". Ora possiamo accogliere sul palmo delle nostre mani il pane concreto diventato Corpo di Cristo. Dicendo un bel "Amen" confermiamo ciò che ci viene regalato. Questa è la trepidazione di cui tener conto, proprio perché ne sentivamo la mancanza! Ci sta che la trepidazione diventi anche commozione, perché no?
Ahimè: che guai quando abbiamo preso tutto come se fosse una "gomma da masticare" (mi si perdoni l'immagine); come se fosse un nostro diritto o fosse una "abitudine", la stessa con cui ci si lava i denti alla sera; quanto è diventato un rito "senza distinguere il Corpo del Signore" o come bere un bicchiere d'acqua... ahimè!
Possano le nostre mani essere sempre un po' "tremolanti" davanti al mistero di Dio che diventa cibo per nutrire ed è lì, non chissà dove, ma lì tra quelle dita che dovranno poi aprirsi e accogliere, accarezzare, stringere, aiutare, perdonare tutti coloro che si incontrerà.


9. Guardarsi negli occhi

Con le mascherine di tutti i tipi che coprono i nostri volti, ci sono rimasti gli occhi. Almeno quelli, altrimenti... si va a sbattere! Dopo avere fatto gli otto passi, siamo arrivati all'ultimo momento, di questa unica e irripetibile "novena" (possono essere ripresi in ogni momento i vari suggerimenti ovviamente). I nostri occhi "hanno visto la tua salvezza preparata da te davanti a tutti i popoli; luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele": così i grandi e luminosi occhi del vecchio Simeone. Non solamente una serie di gesti o di obblighi ma... accedere "in punta di piedi" (si diceva nel primo giorno) alla Gerusalemme celeste: e dite poco!
Ahimè: quante volte i nostri occhi sono entrati in chiesa opachi e sono usciti... identici, come se nulla fosse capitato; quanto abbiamo respirato con i polmoni del mondo e il nostro sguardo ha seguito gli stessi procedimenti mondani; quanta falsità, doppi sensi, inganno, sguardo cupo e giudicante... ahimè!
Eppure, abbiamo il dono del "trapianto di cornee" in ogni liturgia, così che si veda con gli occhi di Dio, si noti il particolare, si veda il bene con trasparenza... Forse un po' come gli occhi dell'Uomo di Nazareth che hanno guarito, convertito, hanno chiamato, hanno perdonato, hanno amato nello stesso modo in cui il Padre vede e ama.