Il primo articolo del prete

 
È il mio primo articolo sul giornalino della parrocchia. Quello scritto in occasione dell'ingresso a Segrate era una dovuta presentazione proprio come si fa quando ci si incontra tra persone e non ci si conosce.
Inizia così una comunicazione tra me, prete inviato dal vescovo e la comunità che siete voi, non nel senso generico ma nello specifico di ogni singolo volto. Sarà il passare del tempo, le circostanze programmate (come in questi giorni la benedizione delle case) o quelle casuali, a creare un contatto sempre meno generico.
Mi piacerebbe così instaurare un collegamento di pensieri che a me arrivano grazie alla bontà del buon Dio, a qualche intuizione o grazie agli incontri con le persone. Mi piacerebbe che questi spunti possano essere motivo di dialogo o anche di riflessione.
Mi ha sempre colpito, nelle parrocchie precedenti, il rimando di qualcuno, della serie: "Sa che, scrivendo quelle parole, mi ha fatto venire in mente questo o quello e così mi ha fatto pensare?"
Diventava momento di scambio e arricchimento reciproco a partire da semplici considerazioni.
Già mi sembra bello che il luogo di incontro tra prete e la gente sia non un pezzo di carta ma... la chiesa, l'edificio curato, tenuto in ordine, ricostruito dopo la guerra, come ho potuto vedere da qualche fotografia. L'edificio segnalato da un campanile che suona e raduna i credenti, è veramente il posto dell'incontro tra cristiani.
Certo, poi esiste il sagrato, esiste l'oratorio, esiste una tavola, lo spazio caffè... luoghi che completano ciò che è celebrato nell'edificio chiesa.
Ovviamente in chiesa incontro fisicamente alcuni, quelli che ci sono ma, se la liturgia è liturgia vera, in quel momento incontro tutte le persone, al di là di vecchie categorie ormai logore: "Credenti praticanti, meno praticanti, quelli che vengono per Natale e quelli che ci sono solo ai funerali, non praticanti ecc".
Percepisco che nella liturgia, numerosa della domenica o in quella più ridotta dei giorni feriali, incontro tutti, prima ancora di conoscerli di persona e anche coloro che non incontrerò mai direttamente, ma lì, nella chiesa, tutti già siamo. Certo in chiesa non c'è l'aperitivo, non si parla di sport o di politica, non si discute e non si schiamazza, si fa silenzio (forse si dovrebbe di più), si celebra. "Cosa si celebra?", ce lo diremo un'altra volta.
Mi piace, entrando presto al mattino, quando non c'è nessuno, rivolgere lo sguardo all'altare e, attraverso Lui, sentire che a poco a poco la chiesa si riempie di chi si sta alzando, sta partendo, sta preparando lo zaino per prendere il treno o l'autobus, sta andando a lavorare o a portare i figli a scuola o sta prendendo la lunga dose di medicine. E la chiesa si apre perché tutti siano sotto lo sguardo di quel Dio che, per guardare uno ad uno ogni persona, ha proprio inviato il Figlio, lo ha reso umano, della nostra carne. Un Dio certo lontano ma anche così vicino che, "avendo fatto morire la morte", ci garantisce un futuro certo, la vita divina, la vita dell'Eterno. Lui diventa presente perché ha superato il tempo e lo spazio, ma rimanendo... nascosto. Dovremmo sostare sul famoso gioco che si faceva con i piccoli: "Acqua, prima, poi fuoco, fuochino, fuocherello" man mano che ci si avvicina all'oggetto nascosto. E' bello sapere che, nelle prossime feste, Lui sia nascosto, non sia eclatante, non sia evidente, non sia pacchiano... perché sarebbe banale e sarebbe in mano nostra.
E se fosse proprio nascosto in una chiesa, in una liturgia, in ogni casa, in ogni rapporto? Di certo possiamo tranquillamente togliere il "e se così fosse", perché è cosi! "Fuochino" dovremmo dire!
A noi il simpatico compito di cercare.