C’è però e però!

Spesso, davanti ad una idea nuova o davanti ad una proposta, sento dire: “Si va bene, però!”.
Anni fa ho lavorato in parrocchia con una simpatica e brava collaboratrice religiosa che era solita esprimersi in questo modo. Infatti, prima di accennare a una iniziativa, mi preparavo pensando: “Vuoi scommettere che mi dirà: sì però?”. Ovviamente vincevo! Quel modo di esprimersi lo interpreto e lo interpretavo come la maniera per evidenziare i problemi, gli aspetti pratici davanti ad una iniziativa.
Perché il “però” deve avere sempre un’aria negativa? Capita solo qualche volta nel linguaggio comune di aprirsi al positivo e alla meraviglia quando si dice: “Però, mica male!”.
Mi piace l’idea di rivoltare il termine, in senso inverso, come se invece di “però”, si dicesse “òrep” (NdR inversione delle lettere).
Dire per esempio: “La Chiesa non va bene, il Covid ci sta distruggendo, la società è così, la scuola è cosà, i giovani non hanno valori, la parrocchia non va bene…, ecc. ecc.”, è un modo normale di esprimersi. Sarebbe bello completare le frasi dicendo: “Si, però!”.
In questo caso il “però rovesciato” obbligherebbe a notare invece i segni nuovi che non sempre si vedono e soprattutto non si riconoscono. E allora: “Si, però nella Chiesa molti stanno riprendendo in mano il loro battesimo; … questo tempo è diventato motivo di vicinanza e impegno; … diversi giovani fanno scelte forti; … la parrocchia permette l’incontro tra persone della stessa fede, si riprende in mano la Parola di Dio”, ecc. ecc.
Credo che occorra proprio liberare il “però” dalla sua normale veste negativa o, per lo meno, problematica. Forse si aprirebbero momenti più calorosi come, in questo mese di marzo, fa il sole durante il giorno rispetto al freddo del mattino o della sera.
Chissà, forse faremmo un piacere a questa povera congiunzione, affinché possa recuperare anche un suo taglio positivo e saremmo più portati a notare l’azione dello Spirito. “Sì, però…”!
don Norberto

Quel 10 febbraio

Il 10 febbraio è una data particolare.
Certo è il “Giorno del Ricordo”, per portare all’attenzione la tragedia delle foibe con le numerose vittime di quella carneficina avvenuta durante la seconda guerra mondiale e negli anni successivi.
Ma non è per questo che scrivo: mi riferisco alla notte del 10 febbraio 2013 che, credo, sia stata una notte mistica di questo secolo.
Nel silenzio e nel buio del Palazzo Apostolico in Vaticano, Benedetto XVI era nella consolazione dello Spirito Santo. Il giorno successivo avrebbe dato le impensabili dimissioni dal suo servizio petrino, in un latino che i cardinali presenti non compresero (qualcuno era pure abbioccato). Sappiamo tutto di quello che accadde dopo che la giornalista dell’Ansa Giovanna Chirri, captando il significato di quelle parole, lanciò al mondo l’informazione. ,
Ma la sera prima? Una sera come le altre a Roma, tra la sonnolenza di una città e il buio che imperversava sulla Chiesa. Eppure quella notte nel mistero di una coscienza cristallina del Papa tedesco c’era l’abbraccio di lui con la santa Trinità.
Mentre tutti dormivano e niente trapelava (caso più unico che raro!) un uomo di Dio, chiamato qualche anno prima ad essere successore di Pietro e segnato da una sofferenza che non possiamo augurare a nessuno, lascia il suo incarico. Mai nessuno era giunto a tanto, mai si pensava ad un gesto di tale levatura. Fu necessario un Papa fine teologo, un uomo segnato dallo Spirito Santo, un discepolo disposto a obbedire ad un Maestro che gli parlava. Questo credo sia stato quella notte: da brivido dello Spirito!
E allora sia il 10 febbraio una data importante nel cuore dei credenti.
Pregherò per lui, lo sentirò vicino nella Messa, ricordando il suo nome insieme a quello del successore Francesco. Credo che anche lui sarà collegato, nel filo dello Spirito, con tutte le eucaristie del mondo. E che Dio ti benedica, caro Joseph!
don Norberto


Una amicizia bella

Quando incontri una bella figura di uomo o di donna (nel senso di “bella persona”) si possono avere due reazioni: la prima ti spinge all’ammirazione per quello che è e che rappresenta, insieme alla constatazione che “non potrai mai imitarla” per la tua mediocrità. La coscienza ti scuote davanti a ciò che ascolti o vedi in lui o in lei, ma rimani quasi a disagio e, dopo l’iniziale folgorazione, tendi a dimenticare e a proseguire nel tuo modo di essere.

La seconda reazione produce un desiderio di amicizia con quella persona, vivente o morta che sia. Leggi la sua storia, ascolti le sue parole ed è come se volessi creare un rapporto di amicizia prima di ogni altro sentimento o di ogni imitazione.
Diventare amici di chi è santo, di chi è una “bella persona”, produce un miracolo!
L’amicizia infatti non chiede imitazione, l’amicizia non cancella la diversità tra lui e te ma diventa un canale provvidenziale per il risveglio, la correzione, la conversione, il cambiamento.

La recente lettura della storia di Franz Jägerstätter, conosciuto grazie al film “La vita nascosta”, ha prodotto in me la reazione del secondo tipo. Il libro “Cristo o Hitler”, racconta la grandezza di una fede forte, cristallina, controcorrente, disposta a tutto pur di non giurare per Hitler e diventare soldato di morte. Le sue lettere e le sue parole non lasciano dubbi su una linea dove il Signore è reale.
Franz, se ti è amico, non può puntare il dito e metterti a disagio perché tu “al suo posto non avrei mai fatto come lui”. Lo senti amico e le cose cambiano.

Come amico accolgo la sua storia con commozione e con garbo, ne vedo la bellezza cristallina e pura e non lo sento giudice della mia vita “normale o piatta” ma invito a passare in un rapporto più vivo con il Signore come lo ha attuato lui. Se amico, rimane tale quando vai in metropolitana o preghi, quando sei a casa o sei fuori, quando devi decidere in un modo o in un altro. Senti che è presente.

È la stessa amicizia che mi lega in qualche modo a Francesco di Sales, prete e vescovo di “dieci spanne superiore”, al santo Curato d’Ars, mingherlino prete di campagna ma “gigante nel confessionale” e a Etty Hillesum, luce lasciata nel campo di sterminio. E che dire delle tre grandi donne dal nome “Teresa”? Sono passato dalle loro terre e ho pregato sulle loro reliquie: incontro tra amici.

Potrei continuare con “belle persone” incontrate che diventano amici (magari loro non lo sanno!) in grado di nutrirti così, perché sono vivi e presenti con te.
Uno che ti è amico ti salva, evidenziando sì tuoi limiti ma non rendendoli mai ostacolo per il cambiamento. Ognuno di loro, tra l’altro, è passato da una fase di chiusura, di negatività e di mediocrità.

Grazie caro amico Franz (verrò a trovarti e onorare le tue spoglie), cara amica…
Grazie a te Gesù, che da amico ci salvi e non giudichi le nostre incapacità. D’altronde tu stesso hai detto: “Vi ho chiamato amici non servi”.
Un’amicizia bella che ci cambia.

don Norberto

“Devo dire messa”

Per me prete, per noi preti, questa frase determina la giornata. Si memorizza l’ora in cui devo dire la messa feriale o festiva che sia, per organizzare gli impegni. Così prendo il treno di corsa se devo celebrare al mattino, meno di corsa se celebro alla sera. Così incontro le persone per la richiesta di un battesimo, di un matrimonio o per un semplice dialogo tenendo conto di questo appuntamento fisso sull’orologio. Può succedere che giunga un impegno inderogabile e allora chiedi una sostituzione a un confratello e così facendo sei ancora determinato da quel servizio religioso. Certo mi capita di sbagliare orario e dire: “Devo celebrare io?”, ma… questo è un altro discorso!

Capita poi nei giorni feriali di dire messa con trenta persone, altre volte con dieci o con… due persone. Eppure quando celebri (verbo più adeguato rispetto a “dire messa”) sei nel posto giusto dove prende sostanza quello che sei.

Confesso che “dire la messa” è stato per diversi anni anche… un peso, un dovere, una incombenza da sbrigare in fretta (“Con le poche persone che poi ci sono…”) per poi occuparsi di altre cose magari più accattivanti e gratificanti. Confesso di essermi sentito, anni fa, quasi un “impiegato del sacro” che esegue i compiti prescritti dal ruolo sacerdotale, credendo che altre attività siano più adeguate all’annuncio del Vangelo: ahimè!

Ringrazio questo appuntamento quotidiano, con le intenzioni o senza il nominativo dei defunti da ricordare, perché in fondo ti segnale l’essenziale del tuo essere prete. Un semplice orario possiede così una grande forza. Ed è bello che quello che fai è per tutta la comunità, quella piccola raccolta nella chiesa in quella mezz’ora e quella che non si riconosce in una fede cristiana ma appartiene al territorio dove si vive.

Oggi poi, che sono impedite molte attività, non smetti di chiederti: “Ma oggi a che ora celebro la liturgia?”.

Sembra quasi che il Maestro ti dica in questo periodo: “È ciò di cui c’è bisogno, la parte migliore”. Forse…

don Norberto

Epifania 2021: manifestazione di Gesù al mondo

Il prete era sempre colpito da quelle leggende in cui un giovane o un passante chiede al vecchio contadino: “Perché semini nel campo sapendo che ci vorranno anni per vederne i frutti?”. Nelle storie il saggio suggerisce poi la sua massima, pronunciata per far pensare e dare una visione alta a tutti.

Il prete si immaginò, quasi in un dormiveglia, catapultato nel futuro, in un mondo diverso e in un luogo differente. Si immaginò nel momento in cui la fioritura mostrava i primi frutti con quella meraviglia davanti a sapori nuovi. Si immaginò nell’atto di ringraziare chi aveva, tempo fa, lasciato una traccia nel gesto della semina. “Chissà chi è stato a piantare questo albero o questa pianta, chissà perché lo ha fatto, chissà cosa provava nel credere alla forza del seme?”, si chiese. Ringraziò commosso per il bello e il buono di quel frutto.

Risvegliato, il prete, si guardò attorno. Capiva che ora questo era il suo compito in un tempo di incertezza e di buio. “Credere nel gesto della semina, nei semi veri posti nelle mani di Dio, terra buona per il frutto”. Non si dispiacque di quel lavoro che ora gli era chiesto di fare; d’altra parte, anche lui stava godendo del lavoro altrui.

Si accorse allora di non essere in una leggenda ma all’inizio di una storia.

(Da “Farina del mio sacco”)

L’augurio: perché ognuno possa credere nel bene che fa senza venderne i risultati.

Un lume

Tutto è così strano: non sembra Natale neanche per il prete.
I campanelli suonati (il prete suona sempre due volte, come il postino!), il chiedere permesso, le strette di mano, i saluti, il “Mi presento, sono il nuovo parroco”, due parole, la preghiera e la benedizione, la corsa perché si è in ritardo, le scuse agli altri condomini per non aver fatto in tempo a passare da loro (del resto come si poteva troncare un inizio di comunicazione con quella o con quell’altra persona?), il celebrare la Messa mettendo ciò che la giornata aveva fatto incontrare, l’ombrello ingombrante in caso di pioggia insistente, il gesto di pulire i piedi per non lasciare sporco, l’incontro con i bambini, il presepio che poco alla volta esce dagli scatoloni, il profumo del cibo nelle ore di cena, la tavola con verdura, ravioli, affettati e frutta, l’ascensore in salita e le scale in discesa… nulla di tutto questo.

Avevo iniziato così il primo contatto con la gente, con azioni e comportamenti che si ripetevano da anni. Solo mi era stato risparmiato… il cane. L’animale è sempre stato il mio terrore quando passavo per villette o ville dei paesi in cui sono stato parroco in precedenti parrocchie. Se ne vedevano di tutti i colori, ma soprattutto di tutte le stazze. La mia domanda classica, subito dopo aver detto di essere il prete per la visita alle famiglie, era: “Ma il cane è legato?”. La targa sul cancello diceva chiaramente: “Attenti al cane, se entrate è a vostro rischio”. Appunto. Solo alla vista della padrona che teneva la bestia agitata (“non fa nulla, reverendo” era frase classica!), lasciavo il cancello che era buona difesa, per entrare in casa.
E poi l’ansia delle novene, la corsa analoga a quella che tutti facevano nei negozi per preparare, predisporre celebrazioni e liturgie con animazioni e fogli vari.

Potrei dire una frase originale (sic!): “Mai fatto un Natale così”, ma sarebbe come sparare sulla Croce Rossa.

Vedo te Signore, lume semplice e reale non spento e neppure smorto. In fondo basta un lume perché il buio non sia più buio. Quando infatti il buio è buio, si è a disagio allo stesso modo in cui ti capita di cercare il cognome di una persona al citofono e non hai con te gli occhiali. Di solito non passa anima e, se anche fosse, non puoi dire al primo che capita: “Scusi mi puoi indicare dove è il nome del signor X?”. Brancolare nel buio è proprio brutto se, magari in montagna, se ne è fatta esperienza.
L’accessione di un fiammifero che poi si accosta allo stoppino di una candela toglie dalla paura che il buio produce. Il male è male ed è buio, il peccato è peccato ed è buio, ma una richiesta di aiuto o un gesto di puro amore impedisce che il male sia solo male e il peccato sia peccato, tutto sia nel buio.
E se questa fosse la speranza? Forse è più giusto dire, come insegna la liturgia, “la beata speranza”, proprio perché un lume è stato accesso tempo fa e non viene meno “per tutti i secoli dei secoli”. Nessuno potrà spegnerlo come avviene su alcune candele per le torte di compleanno.

Grande quel Dio che ha lasciato acceso per sempre un lume nel mondo e che viene costantemente alimentato da piccoli e puri gesti di amore.
Ci basta quel tuo lume Signore!

don Norberto