“Entrino 861 sacerdoti”

Mi è stata segnalata un’intervista pubblicata ieri (29 aprile 2020) su Vatican News. L’ho letta e non ho potuto fare altro, prima che si superasse la mezzanotte, di raccoglierla in questo “asterisco”.
Che entrino questi sacerdoti nei nostri pensieri e nelle nostre preghiere, sacerdoti di cui non conoscevo nulla, pur essendo stato anni fa a Dachau.
In silenzio, lascio spazio a loro. Celebrerò con loro la prossima messa.

don Norberto


Nella fede di oggi, il frutto del martirio dei preti polacchi nella II Guerra Mondiale

Giada Aquilino – Città del Vaticano

Una testimonianza di fede vissuta “fino alla morte”, ma anche una prova della “voglia” di vivere l’Eucaristia e i Sacramenti nonostante l’impossibilità di farlo. Nella “Giornata del martirio del clero polacco durante la Seconda Guerra Mondiale”, celebrata oggi dalla Chiesa della Polonia, questo è l’esempio degli 861 sacerdoti figli di quella nazione uccisi dal regime nazista nel campo di concentramento tedesco di Dachau.

A parlarne con Vatican News è don Paweł Rytel-Andrianik, portavoce della Conferenza episcopale polacca.

R. – Ricordiamo oggi il martirio, cioè la testimonianza della fede fino alla morte e allo stesso tempo tutti i martiri, sia di Dachau sia di altri luoghi, quindi le vittime dei totalitarismi, del nazismo e del comunismo. Questo è il giorno della memoria e insieme della testimonianza e della provvidenza, perché quei sacerdoti prigionieri a Dachau fecero un voto: se fossero sopravvissuti sarebbero andati in pellegrinaggio al santuario di San Giuseppe a Kalisz.

Due ore prima della distruzione del campo di concentramento, che era stata programmata, il 29 aprile 1945 furono liberati dagli americani. I sacerdoti lo interpretarono come un segno della provvidenza di Dio.

Furono più di 1.700 i sacerdoti polacchi deportati nel campo di concentramento tedesco. Chi erano e perché oltre 800 furono uccisi?

R. – I nazisti misero in prigione i sacerdoti nel campo tedesco di Dachau, come in altri campi di concentramento polacchi, semplicemente perché erano sacerdoti e perché erano punto di riferimento per le comunità parrocchiali. Per distruggere la nazione cominciarono proprio dai sacerdoti e dall’intellighenzia del Paese. Questi oltre 1.700 sacerdoti polacchi fanno parte dei quasi 3.000 tra sacerdoti, vescovi e suore che erano presenti nel campo di Dachau. E nei campi di concentramento in Polonia poi c’erano ancora altri sacerdoti. Le statistiche sono queste: in Polonia, su circa 10.000 sacerdoti diocesani prima della Seconda Guerra Mondiale, i nazisti ne uccisero circa 2.000; su 8.000 religiosi ne furono uccisi 370; su 17.000 suore ne furono uccise 280. Non possiamo inoltre dimenticare che allo stesso tempo 4.000 sacerdoti e religiosi e più di 1.100 suore erano prigionieri negli altri campi di concentramento. E comunque anche coloro che erano liberi hanno sofferto nelle loro case, sia sotto il regime nazista sia sotto quello comunista.

Che testimonianze rimangono dell’epoca, dopo che l’ultimo sopravvissuto è scomparso nel 2013?

R. – Testimonianze di fedeltà. San Giovanni Paolo II nel 1995, nel 50° anniversario della liberazione del campo di Auschwitz, disse come quei sacerdoti, vescovi e suore rimasero fedeli fino alla fine, dando testimonianza di carità e perdono.

Parlò inoltre di dignità della vita e giustizia: possiamo pensare a tal proposito ad un martire conosciuto in tutto il mondo, San Massimiliano Kolbe, che diede la propria vita per un padre di famiglia. Inoltre posso ricordare un esempio della mia diocesi di Drohiczyn, il sacerdote Antoni Beszta-Borowski. Gli amici gli dissero di scappare, perché i nazisti avevano preso i suoi documenti e presto lo avrebbero arrestato o ucciso. Ma lui disse che non poteva lasciare la sua gente e i suoi sacerdoti, perché se non avessero preso lui i nazisti avrebbero preso sicuramente loro. Quando venne catturato, dei bambini assistettero alla scena: un soldato tedesco entrò nella canonica e prese la sua stola. Si rivolse ai bambini dicendo loro che nessun sacerdote sarebbe rimasto in città, distruggendo poi la stola e lasciandola cadere in terra. Una donna la raccolse e la custodì. Anni dopo, uno di quei bambini, nipote di don Antoni, prese i voti da sacerdote e, durante la sua prima Messa, quella donna riconsegnò la stola. Da allora tante vocazioni sono nate in quel luogo. Penso sia un esempio che il sangue dei martiri porta frutto nella fede.

I racconti sono quindi di vessazioni, atrocità, criminali esperimenti e anche di oltraggio al Signore, alla Croce, al Rosario. Come i prigionieri scampati alla morte riuscirono a sopportare tanto?

R. – Sembra incredibile. A Dachau per esempio c’era una suora che, grazie all’aiuto di una persona che aveva un negozio nelle vicinanze, riusciva a consegnare i paramenti liturgici: lì alcuni hanno potuto, ovviamente di nascosto, celebrare Messa e ordinare sacerdoti. Ultimamente il rettore della missione cattolica polacca in Germania mi ha mandato una lettera dell’epoca: è di un prete che raccontava la voglia di celebrare Messa, anche se non poteva. È un po’ quello che adesso anche noi viviamo col coronavirus: vediamo che ci sono tante persone che non possono andare a Messa. Nel momento della pandemia che viviamo dobbiamo allora trarre esempio da quella fede che diede la forza di sopravvivere a quel sacerdote. Anche per questo celebriamo la Giornata del martirio del clero polacco durante la Seconda Guerra Mondiale e ringraziamo il Signore per la loro testimonianza.

Raccogliendo testimonianze in questo momento di pandemia, ci è stato detto per esempio dalla Russia come – con le dovute differenze e il rispetto per le vittime – questo tempo in cui si è costretti a stare a casa, pregando in famiglia, ricordi appunto quella mancanza dell’eucaristia, quella preghiera di nascosto dei tempi delle persecuzioni sovietiche. Alla Polonia che dono viene dall’esempio dei martiri della Seconda Guerra Mondiale?

R. – È proprio l’esempio della fede. Una fede che ha aiutato non solo i sacerdoti, ma tutte le persone, che fossero cattolici, protestanti, ortodossi, ebrei. Perciò oggi, celebrando la Giornata dei martiri in un tempo di pandemia, pensiamo che noi abbiamo le trasmissioni, possiamo collegarci tramite la radio e la televisione con la Santa Messa e possiamo in qualche modo essere uniti con la Chiesa tramite i mezzi di comunicazione, ma allora non c’era questa possibilità. Ciò nonostante quelle persone sono sopravvissute attraverso la fede.

In questi giorni era in programma un pellegrinaggio a Dachau, rimandato proprio per il coronavirus. Quale speranze per il futuro?

R. – Il pellegrinaggio nazionale a Dachau è stato posticipato a quando sarà finita l’emergenza per il coronavirus. Organizzata in collaborazione con la Conferenza episcopale tedesca, alla commemorazione era prevista la partecipazione del presidente dei vescovi locali, del clero e dei fedeli, così come successo cinque anni fa quando si sono celebrati i 70 anni della liberazione del campo di concentramento di Dachau.

Perseverare, fino a quando?

Si vive con fatica in queste settimane, fase uno o fase due che sia, perché si capisce che i tempi saranno ancora lunghi. Salta all’occhio la parola “perseveranza”, la stessa che un giorno usò Gesù: “Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita“. Contesto evangelico diverso: eppure questa parola, un po’ fuori moda, può essere recuperata oggi.

Si avverte che, pur tenendosi ad un appiglio, centimetro per centimetro si scivola in giù; certo non si sprofonda, ma neppure si è fermi o si sta salendo. Questo movimento anche se lieve, sta preoccupando; della serie: “Ma riuscirò, ce la farò a resistere e a non imbruttirmi?“.

Ciò che scrivo lo vivo, perché non sono marziano e non sono immune da questo pericolo, pur essendo fortunato nel passare dalla casa alla chiesa e potendo celebrare l’Eucarestia ogni giorno. Ma così (mi viene detto) è in molte case dove la tenuta psicologica, spirituale e fisica sta risultando difficile.

Provo a ripensare alle esuberanti energie che si sono sviluppate all’inizio della epidemia, ripenso a quello che si diceva, si cantava o si disegnava con i colori dell’arcobaleno. Ora questo è più sfumato ed è allora che si avverte il bisogno della virtù della perseveranza, dono da chiedere a colui che è rimasto fermo nella decisione di andare a Gerusalemme perché tutto fosse portato a compimento.

Non bisogna vergognarsi della propria debolezza nel vedere che si sta scivolando all’indietro. Le ore passano, sì, ma in modo disordinato; la sera arriva con una fatica diversa da prima; il giorno inizia in un modo differente. Non c’è più il sostegno psicologico collettivo e anche i video che girano per sorridere cominciano a scarseggiare o a non essere più umoristici.

E se dovessimo sostenerci nella perseveranza? Sto riprendendo il testo dell’Apocalisse nella sua bellezza, pur nella difficoltà di entrare nelle ricche immagini. Lì si parla molto di perseveranza, in un contesto di persecuzione diverso dal nostro. Eppure, perseverare mi sembra parola che venga dall’alto e che quindi va tenuta in caldo.

Momento da vivere quindi con il Signore, con quel Figlio che mai poteva staccarsi dal Padre, nonostante tutte le contrarietà del suo tempo. Ritorna la frase che si dice spesso e può essere utile proprio ora: “Non bisogna parlare di Dio ma parlare con Dio“, mettendo le nostre proteste in un dialogo stretto e sostenuto.

Interessante l’espressione di san Efrem il Siro: “Ciò che non hai potuto ricevere subito a causa della tua debolezza, ricevilo in altri momenti con la tua perseveranza“. E così, se rimaniamo “avvinti” a questo appiglio divino, uniti ad una Chiesa che persevera (perché anche la Chiesa è chiamata a perseverare!), forse anche la sensazione di scivolare o di perdere centimetri rimane, certamente, ma forse… come sensazione.

don Norberto

Ciò che fanno i nostri morti

Parto dal fatto che non sto celebrando funerali e poche sono le chiamate in casa o fuori dal cimitero per una benedizione. Si rimane in contatto con alcune persone circa l’andamento della malattia di un familiare o si partecipa al dolore di una persona non legata alla nostra parrocchia. In questo caso assicuro il ricordo nella messa che si celebra a porte chiuse, in attesa di ciò che si potrà fare a breve, dopo il famoso 3 maggio. L’attenzione ai defunti credo sia una delle priorità, insieme ovviamente alla possibilità di accedere alla messa della domenica, pur con le dovute precauzioni.

Qualche sera fa suggerivo a persone di cui ho indirizzo, la visione del film “Departures” su TV 2000. Film visto anni fa e proposto in un cineforum per chi ama ancora il cinema. Nella vicenda, accompagnata da ironia e da molta poesia, veniva messo in luce la premura che esiste nella cultura giapponese per il corpo del defunto, preparato con cura per il Viaggio. Non si trattava nel film di una… agenzia di viaggi. Mi ha fatto piacere ricevere commenti positivi dopo quella visione cinematografica. La cultura giapponese è un mondo a noi lontano e forse un mondo che va sparendo nelle condizioni di vita attuali delle metropoli di quella nazione, eppure grande è il fascino di quella spiritualità.

Sull’avvicinarsi alla morte anche noi abbiamo qualche cosa da dire, dal momento che il nostro “fondatore” ha avuto a che fare con la tomba e, come dice un antico autore, “con la sua morte ha fatto morire la morte” (un gioco di parole, che spiega la Pasqua!).

La preparazione immediata alla morte per noi avviene nei sacramenti, in particolare nel sacramento degli infermi attraverso l’olio, già citato, per essere purificati e accompagnati nel viaggio che ha come meta il Padre, perché lì ci porta Gesù, il Figlio.

In questo tempo c’è l’impossibilità ai funerali nella forma “umana”, con fatiche spirituali e psicologiche non indifferenti. Penso allora che i morti dovranno fare loro qualche cosa per i vivi sulla terra. La loro partecipazione alla Gerusalemme celeste (per stare ancora all’immagine biblica del libro dell’Apocalisse) obbliga loro a “fare qualche cosa per noi”: curare le nostre ferite, asciugare il nostro pianto, levarci da eventuali sensi di colpa per non essere stati… per non aver detto… per non avere chiesto scusa… per non… ecc. ecc.

Proprio in mancanza dell’elemento umano fatto di lutto, di condoglianze, di partecipazioni, di gesti, di preghiere, di pensieri…, “dall’altra parte” potranno fare per noi in un modo che solo loro sanno e che ci è sconosciuto, ovviamente. E questo è sicuramente possibile perché “sono in Cristo” e Gesù non sta nella tomba di Gerusalemme ma credo che stia lavorando assai, se rimaniamo alle sue parole: “Padre santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato, perché siano una cosa sola, come noi. Ma ora io vengo a te e dico queste cose mentre sono ancora nel mondo, perché abbiano in sé stessi la pienezza della mia gioia”.

Certo, quando sarà possibile (e speriamo a breve) la Chiesa dovrà aprire le porte per completare con i familiari quella liturgia che già i nostri morti vivono e a cui ci fanno accedere. Lo faremo per affetto, per giustizia, per la fede, per onorare la loro storia che è anche la nostra storia.

don Norberto

Lo spazio tra le parentesi

In questo asterisco raccolgo la parte di una lettera che un amico mi ha inviato (bei tempi quando le lettere con il francobollo arrivavano… in ritardo). Mi scrive:

Le parentesi abbracciano le parole, tengono stretti a sé i sentimenti, li custodiscono e ne fanno tesoro ma, più i pensieri sono lunghi e più le parentesi si allontanano, si distanziano, come due grandi mani che si allargano per poterli contenere tutti. Poche parole, invece, rimangono strette, in un abbraccio che stringe, toglie l’aria, cattura i pensieri e li lascia evaporare verso l’infinito, l’eternità.
Dio ci invia le sue “parole”, i suoi “pensieri”, ci mette tra le sue mani, le sue parentesi, manciate di parole per farci fermare, soffermare e discernere, lentamente, fino al momento del distacco, fino a quando le sue parentesi si riaprono per farle volare via e farne entrare altre. È così che accade!!
Accolto, o meglio non lo hanno accolto del Prologo di Giovanni e Non mi trattenere di quel mattino di Pasqua a Maria di Magdala: due parentesi, le Sue mani, tengono racchiusi questi pensieri, li custodiscono al caldo, come a proteggere il tempo che intercorre tra la venuta del Figlio a Betlemme e la Sua ‘nuova’ venuta“.

A parte il discorso legato alla punteggiatura, già bello di suo e che si collega con altri articoli scritti sul foglio della settimana, la lettera arrivata merita attenzione. Le Sue mani trattengono le parole che nutrono la nostra vita interiore e poi, quando le parole diventano la nostra carne, tutto si apre in attesa che le stesse mani di Dio custodiscano altre Sue parole.

Potrebbe benissimo essere così tratteggiato il cammino dello Spirito in noi: bello perché le parentesi non sono fatte per chiudere ma per salvaguardare e, una volta recepite, per attendere nuove parole di vita eterna, perché sono di Dio.

Anche se solo banalmente ci accorgessimo, mentre scriviamo alla tastiera del nostro computer, del segno che sta sopra l’8 e sopra il 9 (parentesi, sic! chiusa parentesi…) e tenessimo conto dei pensieri che sono nati, faremmo un leggero ma profondo esercizio spirituale. Tutto diventa spazio dello Spirito, dove agisce e si muove anche tra la punteggiatura o tra gli oggetti di casa. Non male!

don Norberto

Cosa sa fare l’olio

All’inizio di questa rubrica (era il 17 marzo) mi ero ispirato alla parabola delle dieci vergini, sottolineando che forse, per noi che abbiamo le lampade, il periodo che stiamo vivendo è tempo per acquistare l’olio perché all’arrivo dello sposo si possa accendere il lume ed entrare nella festa. Al di là delle immagini, si tratta di recuperare l’Amore di Dio che, guarda caso, si mostra nel costato aperto, anticipo della Pasqua, lo stesso costato che viene indicato all’amico Tommaso da Gesù risorto.

Un olio che noi abbiamo perché siamo “unti”, siamo “cristiani” (scrivevo il 20 marzo). Di olio se ne fa un uso “industriale” (si fa per dire) nei sacramenti a partire dal battesimo e dalla cresima ma anche nei confronti dei malati e dei giovani che diventano preti. Guarda caso, molti di questi momenti si vivono nel tempo pasquale. Impegnati poi nei preparativi di una prima messa, di una cresima, delle prime comunioni, di un battesimo, ci si dimentica… dell’olio. Su questo unguento, consacrato al giovedì santo (questa’anno nulla però!) pongo una particolare attenzione quando vivo l’unzione dei malati, sacramento nella malattia del corpo e dello spirito. Premere sulla fronte del malato e rifare il gesto su entrambe le mani (quasi a significare le braccia aperte di Gesù sulla croce), è molto toccante. Senti di compiere un gesto di salvezza dal male, innestare ancora di più il crocifisso Gesù con il sofferente in quel letto, dando così un posto sicuro alla malattia e al dolore, forse un senso. Oggi più che mai, l’impossibilità di questo sacramento è fonte di preoccupazione, attenuata dal fatto che la Chiesa arriva comunque, grazie a medici e infermieri e grazie alla preghiera di tanti, perché nessuno può impedire questo “contagio divino” tra lo Spirito Santo e ogni persona.

Si dice nell’introduzione al rito: “E la preghiera fatta con fede salverà il malato: il Signore lo rialzerà e se ha commesso peccati gli saranno perdonati”. Per molti il sacramento diventa sostegno per rafforzarsi nella lotta, in altri casi è preparazione alla morte che giunge magari dopo qualche ora. Ho ben impresso nella mente il breve tempo tra la considerazione fatta dal medico che, per mia mamma, era “questione di poco” e l’arrivo degli oli santi da parte di una amica. Il tempo di imprimere sulla fronte e sulle mani l’olio degli infermi e poi l’arrivo della morte dopo circa dieci minuti. Era già pronto il Signore perché la morte non la tenesse con sé. Non avendo potuto accompagnare il papà morto improvvisamente, ho avuto il dono di esserci in ospedale con le mani di sacerdote.

Grande forza di un olio che, non potendo sempre guarire dalla malattia, vince comunque sui tentacoli della morte. Quell’Amore giunge prima che la morte deturpi e annulli l’animo di un fratello o di una sorella: è così avviene la Pasqua per ognuno di essi. Quando sarà l’ora, avrò bisogno anch’io di quell’olio, di quell’amore che accenderà la mia lampada.

don Norberto