Il Verbo entra nella storia – lettera del vescovo Mario Delpini per l’Avvento 2020



 

L’Avvento è il periodo dell’anno che suggerisce di riflettere sul tempo, sulla dimensione temporale della vita umana. È una riflessione che contribuisce alla saggezza in molte esperienze culturali, anche se in modi diversi.

Il libro del Siracide, che accompagna questo anno pastorale come testo biblico per ispirare percorsi di sapienza, invita a una saggia considerazione del tempo.

Lettura del libro del Siracide

C’è chi diventa ricco perché sempre attento a risparmiare, ed ecco la parte della sua ricompensa: mentre dice: «Ho trovato riposo, ora mi ciberò dei miei beni», non sa quanto tempo ancora trascorrerà: lascerà tutto ad altri e morirà. Persevera nel tuo impegno e dedicati a esso, invecchia compiendo il tuo lavoro. Non ammirare le opere del peccatore, confida nel Signore e sii costante nella tua fatica, perché è facile agli occhi del Signore arricchire un povero all’improvviso. La benedizione del Signore è la ricompensa del giusto; all’improvviso fiorirà la sua speranza.

Non dire: «Di che cosa ho bisogno e di quali beni disporrò d’ora innanzi?». Non dire: «Ho quanto mi occorre; che cosa potrà ormai capitarmi di male?». Nel tempo della prosperità si dimentica la sventura e nel tempo della sventura non si ricorda la prosperità. È facile per il Signore nel giorno della morte rendere all’uomo secondo la sua condotta. L’infelicità di un’ora fa dimenticare il benessere; alla morte di un uomo si rivelano le sue opere. Prima della fine non chiamare nessuno beato; un uomo sarà conosciuto nei suoi figli.

(Sir 11,18-28)

L’autore, Gesù Ben Sira, ha raccolto nella sua opera il frutto della conoscenza e del confronto con diverse culture a lui contemporanee. Anche oggi l’incontro con persone che hanno radici in altri contesti e che condividono ora la nostra fede, la nostra vita di comunità, così come la nostra scuola, i nostri ambienti di lavoro ci provoca, forse ci stupisce, certo allarga i nostri orizzonti. Come si vive il tempo in altri Paesi, culture, tradizioni?

C’è motivo per riflettere, confrontarsi, conversare e condurre una verifica critica sul nostro modo di considerare e vivere il tempo.

Del resto filosofi, scienziati, teologi, psicologi e chissà quanti altri ricercatori hanno dedicato riflessioni approfondite a questa dimensione che segna tutta la storia dell’umanità.

L’apostolo Paolo interpreta la storia della Salvezza come uno svolgimento provvidenziale che giunge con l’incarnazione di Gesù alla pienezza del tempo:

«Ma quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare quelli che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l’adozione a figli» (Gal 4,4-5).

E già il salmista suggerisce la preghiera: «Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio» (Sal 90,12).

I cristiani guardano bene i giorni, precari e promettenti, opachi e gravidi di speranza, così che si ravvivi lo stupore per quel giorno benedetto che li illumina tutti. Saremo capaci di considerare la storia, i suoi sussulti di sapienza e le sue deludenti insipienze, così che ancora ci sorprenda e ci rallegri il giorno  santo di Gesù, luce e riposo per tutti gli altri giorni, capace di offrire pace?

Per considerare con sapienza e vivere virtuosamente il tempo è opportuno che si approfondisca il tema. Si tratta, in fondo, di un modo per conoscere meglio anche se stessi. Chiedo a chi ha gli strumenti culturali e le possibilità di svolgere l’argomento di visitare le espressioni culturali del nostro tempo e delle diverse tradizioni di pensiero, arte, scienza per mettere in luce, in particolare, quello che può servire per vivere meglio la vita cristiana.

In questo contesto possiamo condividere almeno qualche riflessione di “buon senso”.

La preghiera nel tempo

Il dono dello Spirito adorna di ogni bellezza la Sposa dell’Agnello e dà alle parole della preghiera l’intensità del dialogo d’amore, la verità dell’abbandono fiducioso, la sincerità del riconoscimento dei peccati, l’esultanza della lode, lo struggente sospiro dell’attesa. I cristiani pregano sempre nello Spirito e nella Chiesa, sia nella preghiera liturgica, sia nella preghiera personale. La preghiera liturgica è per eccellenza la voce della  Sposa che esprime il suo amore per lo Sposo. Dobbiamo sempre di nuovo imparare a pregare nella  liturgia: l’ascolto della Parola, la comunione che si compie nell’Eucaristia, il contesto comunitario di incontro, canti, parole, insomma tutti gli aspetti della celebrazione richiedono di essere curati.

Nella liturgia celebriamo il Signore Gesù, senso ultimo e definitivo della storia, anche del tempo tribolato che viviamo. La celebrazione eucaristica, in particolare, abbraccia tutte le dimensioni del tempo, passato, presente e futuro: è memoriale della Pasqua, è presenza sacramentale di Cristo tra noi, è “pegno della gloria futura”, fonte inesauribile di speranza, nell’attesa della sua venuta.

L’osservanza doverosa dei protocolli per evitare i contagi è così complessa che sfigura le celebrazioni e affatica coloro che ne hanno la responsabilità. I celebranti, in particolare i parroci, segnalano il rischio di sentire così doveroso e faticoso l’impegno per far osservare le indicazioni date da non riuscire a concentrarsi sul mistero che celebrano e da cui vengono la consolazione e  la  salvezza.  Sono  necessarie la collaborazione e la disponibilità di ognuno per evitare che il tutto si risolva in procedure, invece che essere celebrazione del mistero che salva.

L’Avvento, il Natale, l’Epifania e il tempo dopo l’Epifania, le feste di Maria e dei santi di questo periodo chiamano a celebrazioni particolarmente suggestive. Meritano una particolare attenzione e chiedo che i gruppi liturgici siano attivi e creativi per mantenere vive la fede, l’attenzione e la devozione nella pratica liturgica ordinaria e straordinaria. Seguire le celebrazioni da remoto, per alcuni fedeli unica forma praticabile, è un surrogato della partecipazione liturgica: in qualche caso è necessario rassegnarsi, in genere è necessario vincere resistenze per manifestare in segni e parole la partecipazione al mistero della Chiesa che prega.

La pubblicazione della nuova traduzione del Messale Romano e l’assunzione della traduzione dell’Ordinario della Messa nel Messale Ambrosiano impegnano tutte le comunità a celebrare con questi nuovi testi a partire dal 29 novembre 2020.

Le modifiche introdotte meritano di essere oggetto di una specifica istruzione del popolo cristiano per una proposta di formazione a entrare nella celebrazione con la disponibilità lieta e grata perché lo Spirito trasfiguri e faccia dei molti un cuore solo e un solo spirito. In particolare, recepire la nuova traduzione del Padre Nostro, preghiera di ogni giorno e di ogni ora del giorno, è un esercizio di attenzione e può essere un’occasione per una rinnovata intensità della preghiera.

La preghiera personale deve trovare occasioni per una nuova freschezza e fedeltà nel tempo di Avvento. Le occasioni che ogni comunità locale e la comunità diocesana offrono per giorni di ritiro, esercizi spirituali, veglie di preghiera, richiamano la nostra Chiesa, spesso troppo indaffarata e distratta come Marta, ad ascoltare l’invito di Gesù a scegliere la cosa sola di cui c’è bisogno sull’esempio della sorella Maria (cfr. Lc 10,42). Nelle tribolazioni presenti, nella apprensione per le persone e le cose minacciate dalla situazione che viviamo, abbiamo bisogno di pregare, di pregare molto, di pregare incessantemente: possiamo imparare a vivere pregando se ritmi, forme, tempi per sostare in preghiera segnano le nostre giornate come la Liturgia delle Ore insegna da sempre.

Il tempo che passa

L’esperienza comune conosce il tempo che passa, troppo rapido normalmente, troppo lento quando la vita è noiosa, la solitudine è angosciante e qualche male tormenta troppo a lungo il corpo e l’anima. Il tempo che passa ha come risultato che, come si dice, ogni anno diventiamo più vecchi, ogni bellezza svanisce, ogni casa va in rovina. Questa ovvietà è, però, gravida di motivi per pensare e diventare saggi.

L’immagine del tempo come la corrente di un fiume che fluisce inarrestabile verso l’abisso si coniuga con l’immagine della vita umana che è come una barchetta che viene trascinata, destinata a essere vittima del tempo. Si insinua così l’idea che quest’ultimo sia nemico del bene: tutto quello che è bello, sano, forte è destinato a corrompersi nella malattia, nella debolezza, nella desolazione.

Le conseguenze sono disastrose: lo scorrere del tempo induce a pensare che sia sottratto alla libertà e la persona sia piuttosto vittima che artefice delle circostanze. Allora l’amore è come un fuoco, destinato a spegnersi; ogni fedeltà appare un’inerzia più che un intensificarsi della dedizione e della fecondità; l’esperienza e la competenza sono patrimoni che perdono rapidamente valore, il progresso le dichiara presto antiquate.

Il tempo si presenta come dimora della precarietà:   il saggio vede il limite di ogni cosa e ammonisce i presuntuosi, gli illusi, coloro che pongono la loro sicurezza in beni precari. Quello che oggi sembra sicuro e promettente presto si rivela fragile, deludente, rovinoso.

La pratica cristiana del tempo non ignora lo scorrere inarrestabile, ma insieme professa la fecondità della durata: il tempo è amico del bene, come il trascorrere delle stagioni è alleato del contadino che semina, custodisce, attende, raccoglie e se ne rallegra.

In questa visione fiduciosa i cristiani professano e praticano l’amore che dura: il nome cristiano del tempo è fedeltà.

Così assumono responsabilità educative per offrire alla libertà la promessa: il nome cristiano della libertà è la decisione di amare e il compito degli educatori è seminare la rivelazione del senso. Risplende la bellezza della vita come vocazione.

I cristiani si dedicano volentieri al lavoro ben fatto e alle opere dell’ingegno, dell’arte: il valore delle cose non sta nel prezzo con cui sono pagate, ma nella loro vocazione a essere messaggio di ragioni per vivere, per pregare, per conoscere la verità. Il tempo è amico del bene: dopo secoli ancora parlano le pietre e i colori. La cattedrale continua a stupire e a convocare il popolo di Dio: i nomi degli scalpellini, dei mastri costruttori, dei generosi offerenti sono ormai dimenticati, ma ancora si staglia il tempio nel cielo di Lombardia, e che tempio, il nostro duomo!

I cristiani interpretano la durata come dono della misericordia di Dio. Infatti «Il Signore non ritarda nel compiere la sua promessa, anche se alcuni parlano di lentezza. Egli invece è magnanimo con voi, perché non vuole che alcuno si perda, ma che tutti abbiano modo di pentirsi» (2Pt 3,9). Il nome cristiano del tempo è quindi anche pazienza di Dio in attesa della nostra conversione.

“Contare i giorni” significa fare attenzione se in quel susseguirsi non vi sia un inedito, una novità che sappia attrarre, che seduca per la sua bellezza. Vuol dire guardarli bene, i giorni, così che ci si possa accorgere di un giorno nuovo, quello di Gesù, capace di trasfigurare tutti gli altri, di rivestirli di vita divina.

Nella responsabilità di dare un “nome cristiano” al tempo che passa, ogni età della vita si rivela tempo di grazia.

Invito pertanto tutti a riconoscere e a rendere feconde le possibilità offerte

  • dalla giovinezza, come tempo di scelta in risposta alla vocazione;
  • dall’età adulta, come tempo di responsabilità nella fedeltà dei rapporti, nella fecondità che sa generare, in molti modi diversi, figli, dedizione al servizio, qualificazione professionale, impegno sociale;
  • infine dalla terza età, la vecchiaia, come tempo di testimonianza, di sapienza, di vigilanza in attesa del ritorno del

Il tempo come occasione

Il tempo si può definire come occasione. Già nella proposta pastorale dell’anno 2019/2020 ho cercato di  provocare la libertà dei credenti con questa insistenza sull’interpretare la situazione invece di subirla, sull’arrischiare delle scelte invece di sentirsi vittime delle circostanze o condizionati dalle dinamiche sociali che impongono l’omologazione.

Durante la terribile prova dell’epidemia ho sentito spesso non solo ripetere ma testimoniare e praticare questa audacia di vivere condizionamenti impensati come occasioni propizie per valori in altri tempi troppo dimenticati, per una conoscenza più approfondita di se stessi e delle persone vicine.

Tutta questa esperienza mi è sembrata una conferma della libertà delle persone. “Le persone sono libere” non significa che possono creare il mondo    a loro arbitrio: si trovano in situazioni già determinate da altri, da scelte precedenti, da condizioni ambientali, climatiche, sociali. Ma in ogni  situazione c’è la possibilità di scegliere il bene, di decidersi ad amare, di mettere mano all’impresa di migliorare le cose e contribuire ad aggiustare il mondo.

A me sembra importante riprendere queste persuasioni per reagire alla tentazione della rassegnazione, per esercitare le proprie responsabilità con il senso del limite, ma evitando l’alibi dell’impotenza.

Il ritmo del tempo

Il tempo si può definire come ritmo. L’orologio del campanile che batte le ore e le mezz’ore suggerisce non solo che il tempo passa, ma che esso può essere organizzato, ordinato in un orario. L’orario è l’arte di dare un nome alle ore, di dare un ritmo al tempo.    Il ritmo scandisce la ripetizione: può quindi essere caratterizzato dalla noia di una costrizione, ma può anche essere qualificato da un’armonia che sa tenere insieme gli aspetti diversi della vita.

Il ritmo di una giornata, di una settimana, di un periodo dell’anno è, ovviamente, determinato da molte cose: l’orario di lavoro o di scuola, gli appuntamenti della vita della famiglia, della comunità cristiana, delle attività sociali, sportive, eccetera. Ma la cura per la vita “spirituale” e per lo sviluppo armonico della persona si deve tradurre nella scelta di inserire nella successione “obbligatoria” degli impegni quotidiani, delle cose da fare, i momenti per la preghiera, per la cura delle relazioni familiari, per la pratica della carità. Senza un ritmo anche i buoni propositi diventano velleitari, l’apprezzamento per  i valori si traduce in scatti di generosità e in emozioni intense, destinati a consumare molte energie, ma a produrre pochi frutti.

Decidere i tempi per “riti di vita familiare” che consentono di parlarsi, di pregare insieme, di perdonarsi, di cercare insieme come affrontare le difficoltà che si profilano, offre la possibilità di appianare malintesi, portare i pesi gli uni degli altri, intensificare l’amore. Decidere il tempo per la preghiera personale, familiare, comunitaria, decidere i momenti in cui accostarsi al sacramento della riconciliazione, il giorno per un momento prolungato di ritiro personale o di coppia o di comunità, il tempo per partecipare con la comunità parrocchiale alla celebrazione eucaristica nel giorno del Signore, tutto ciò consente di vivere l’incontro con Dio e con il mistero della Chiesa come un appuntamento che alimenta la fede, sfuggendo alla superficialità della distrazione, del “non avere tempo”, del non accorgersi di essere vivi alla presenza di Dio.

Decidere il tempo da dedicare al servizio degli altri, che si tratti dei ragazzi del catechismo o dei poveri, o della visita agli anziani, rende presenze affidabili, quelle su cui si può contare per quell’ora o per quel giorno. Si sa che loro ci sono, perciò si può confidare che il servizio sia reso e che i ragazzi o i poveri o gli anziani non siano abbandonati. La proposta di una “banca del tempo” è una possibilità promettente. Ciascuno e ogni comunità può promuovere iniziative costruttive, sapendo di poter contare su una collaborazione affidabile; ciascuno può formulare propositi di prestazioni volontarie realisticamente inserite negli impegni ordinari, senza temere che “se dai una mano, ti prendono il braccio”.

Invito pertanto tutti a dare alle proprie  giornate, alla propria settimana un orario, un calendario. Insomma, si tratta di formulare una regola di vita, che si adatti alle circostanze e ai ruoli, alle scelte vocazionali e alle situazioni, ma una regola che consenta di mettere un ordine nell’esistenza, di favorire la fedeltà agli impegni, di assicurare una presenza e una disponibilità.

Può essere utile ricordare che uno dei luoghi originari della regola di vita è la vita consacrata, dove le persone professano una regola. Qui si può considerare il fatto che essa non è mai una scelta individuale, bensì implica sempre l’idea di un legame che non è solo soggettivo, ma costitutivo di relazioni e di appartenenza. La comunità monastica che vive la stessa regola è il paradigma del senso cristiano della regola, non solo come strumento individuale per ordinare la propria giornata ma per vivere legami stabili di fraternità e di servizio.

Le giornate dedicate:

appelli che ricorrono nel tempo

Le “giornate”, le domeniche dedicate a un tema ricorrono nell’anno pastorale con una certa abbondanza, secondo calendari che vogliono accogliere le indicazioni del Papa, quelle della CEI, le tradizioni diocesane.

Si possono anche subire come una continua interruzione di un percorso di comunità che si trova ripetutamente sollecitato a temi diversi: diventano una distrazione dalle priorità pastorali che una comunità si propone. C’è pertanto la tentazione di ignorare le giornate proposte.

Si possono, invece, anche apprezzare come ciclico appello a una sensibilità ecclesiale più ampia, che vive l’appartenenza alla diocesi, alla Chiesa italiana, alla Chiesa cattolica, all’umanità.

Le “giornate” si possono celebrare in tanti modi diversi: dal semplice ricordo di una intenzione di preghiera, alla messa a disposizione del materiale offerto dagli uffici dedicati, alla raccolta delle offerte per una necessità, a una proposta di eventi per pensare, per ascoltare persone competenti. Se nella comunità pastorale è attivo un gruppo che coltiva costantemente una sensibilità, la giornata può essere meglio celebrata e risultare fruttuosa, in un discernimento condotto con il Consiglio pastorale per definire le modalità e le proporzioni per le celebrazioni.

In questo anno così particolare mi sembra opportuno chiedere di mettere in evidenza alcune attenzioni che affido alla sensibilità delle comunità cristiane, alla intraprendenza di aggregazioni, gruppi, associazioni che se ne fanno abitualmente carico:

  • la Giornata dei poveri, come tempo per la cura del servizio e di una carità intelligente e operosa;
  • la Giornata della pace, come tempo per la ricerca del superamento dei conflitti;
  • la Giornata della Parola di Dio, come tempo per l’ascolto fecondo di Dio che ci parla;
  • la Festa della Famiglia secondo il rito ambrosiano, come tempo per le relazioni familiari;
  • la Giornata per la vita, come tempo che custodisce e promuove la vita come

Durante questi mesi d’inverno, alcune intenzioni di preghiera e di riflessione meritano una particolare attenzione. Mi riferisco alla Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani e alla Settimana dell’educazione. Per ciascuno di questi appuntamenti sono disponibili messaggi di papa Francesco, della Conferenza Episcopale Italiana o delle commissioni episcopali incaricate che richiamano le intenzioni della giornata e ne sviluppano le tematiche. Tali messaggi si possono facilmente raggiungere via internet: perciò rinuncio a riportarne il testo e incoraggio alla lettura e a curarne la recezione secondo le opportunità che il Consiglio pastorale valuterà.

Conclusione

Carissimi,

il tempo in cui si celebra il mistero dell’Incarnazione è particolarmente intenso per molti aspetti. Il rischio di essere trascinati dagli adempimenti, dagli stimoli delle consuetudini mondane e di soffrire la frustrazione delle limitazioni imposte per contenere la pandemia può indurre una situazione di malessere profondo.

Il Figlio di Dio è divenuto figlio dell’uomo e con il dono dello Spirito insegna e rende possibile ai figli degli uomini abitare i giorni come figli di Dio.

Pertanto vorrei che giungesse a tutti il mio più affettuoso e intenso augurio per questo Natale.

«Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò  il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge, […] perché ricevessimo l’adozione a figli» (Gal 4,4-5).


Nei giorni confusi, nei pensieri sospesi, nelle parole incerte,

anche in questi mesi della pandemia,

si è compiuto il tempo, è stato mandato il Figlio.

Il tempo si è compiuto, forse era di lunedì:

il compimento dell’inizio è la promessa, la vocazione a decidere il cammino.

Il tempo si è compiuto, forse era di martedì:

il compimento del desiderio è l’ardore, la gioia che rende leggero il peso e dolce il giogo.

Il tempo si è compiuto, forse era di mercoledì:

il compimento della virtù è l’umile perseveranza e l’appassionata dedizione.

Il tempo si è compiuto, forse era di giovedì:

il compimento del convivere è la fraternità.

Il tempo si è compiuto, forse era di venerdì:

il compimento della dura fatica e della ferita profonda è d’essere prova d’amore.

Il tempo si è compiuto, forse era di sabato:

il compimento del riposo è la pace.

Il tempo si è compiuto, forse era il giorno ottavo:

il compimento dell’essere figli d’uomo è l’essere figli di Dio.

Era Natale, quel giorno.

 

Auguri!

+ Mario Delpini

Arcivescovo di Milano

Santo Natale 2020