Confessare con la grata

I più anziani se la ricordano; io l’ho bene in mente perché nella parrocchia di san Pietro in Sala a Milano avevo il mio confessionale con la grata.
In quella chiesa di piazza Wagner c’era il mercato rionale che attirava persone della zona, ivi compresi i penitenti. Stavo spesso nel confessionale sia nei giorni feriali che alla domenica (ahimè si confessava anche durante le numerose messe). Nelle feste di Natale e di Pasqua poi le ore dedicate all’ascolto e al perdono erano molte.
Diverse persone si posizionavano davanti a me, loro in piedi, io seduto e si iniziava la Confessione.
La maggior parte però dei penitenti usava la grata, una alla mia destra e una alla mia sinistra, così che con l’orecchio ascoltavo e poi parlavo. La grata oltre ad avere i classici “bucherellini” era dotata di un semplice materiale trasparente che attutiva il suono e anche… l’eventuale alito di aglio.
Così si viveva il Sacramento e, come prete, si partecipava a grandi momenti di Dio che accadevano tra me e il penitente, tra quello che ascoltavo e quello che usciva dalle mie parole. Era così ed andava bene in quegli anni.
Oggi mi sentirei a disagio ad usare quel luogo particolare, che rimane pur sempre sacro nell’antichità di quel legno impregnato di spiritualità.
In questi tempi, però, confessare con le mascherine è come confessare con la grata… senza la grata.
Non si riesce a far percepire il proprio stato d’animo con la mimica facciale, sia nella forma della gioia che nella preoccupazione. Anche il penitente mentre parla non è accompagnato dal volto e dal viso, linguaggi importanti di ogni comunicazione.
Hai a tua disposizione solo la voce e i tuoi occhi mentre puoi notare gli occhi e la voce altrui. Anche il gesto delle mani che si salutano manca, così come il momento in cui le stesse mani si mettono sulla testa del penitente nelle parole dell’assoluzione. C’è poi la dovuta distanza, il sedersi sulle panche a fianco dell’altare con lo sforzo di attivare la parte uditiva, ancora buona per ora.
Il tempo di pandemia, mi dico, ha così rimesso la grata al confessionale rallentando la sua definitiva età pensionabile. Rimane la bellezza di un Sacramento con le sue fatiche ma anche con i boccioli e le avvisaglie del suo nuovo modo di stare nella vita del credente (dico del credente!). Molto di quello che un prete è, sta nello spazio di dialogo dove avvengono interessanti oltre che incredibili miracoli. Si è padri nello Spirito, portatori sani di un gesto di salvezza e di liberazione. Si è strumenti per il passaggio della Grazia, la stessa che cambia i connotati anche del sacerdote. Ogni Confessione infatti diventa un momento di trasformazione del prete che non accentra l’attenzione su di sé ma sul perdono di Dio, crede che siano necessarie le proprie parole ma ancor più il gesto del sacramento, sa che può sostenere l’ambito psicologico ma ancor più segnalare l’azione dello Spirito.
In un tempo come questo il Sacramento della Penitenza sta cercando di venire allo scoperto, sempre se lo si percepisca come “sorella del Battesimo”. Ecco perché la grata è un elemento non più adatto a questo rinnovamento. La possibilità, comunque sia, di vivere la Confessione “secondo protocollo”, cioè la grata di una mascherina sul volto, non impedisce l’incontro tra il peccato e il perdono, tra il penitente e il ministro un momento bello e significativo.
Il perdono è “roba di Dio” e attraversa il virus di ogni specie.
don Norberto