“Devo dire messa”

Per me prete, per noi preti, questa frase determina la giornata. Si memorizza l’ora in cui devo dire la messa feriale o festiva che sia, per organizzare gli impegni. Così prendo il treno di corsa se devo celebrare al mattino, meno di corsa se celebro alla sera. Così incontro le persone per la richiesta di un battesimo, di un matrimonio o per un semplice dialogo tenendo conto di questo appuntamento fisso sull’orologio. Può succedere che giunga un impegno inderogabile e allora chiedi una sostituzione a un confratello e così facendo sei ancora determinato da quel servizio religioso. Certo mi capita di sbagliare orario e dire: “Devo celebrare io?”, ma… questo è un altro discorso!

Capita poi nei giorni feriali di dire messa con trenta persone, altre volte con dieci o con… due persone. Eppure quando celebri (verbo più adeguato rispetto a “dire messa”) sei nel posto giusto dove prende sostanza quello che sei.

Confesso che “dire la messa” è stato per diversi anni anche… un peso, un dovere, una incombenza da sbrigare in fretta (“Con le poche persone che poi ci sono…”) per poi occuparsi di altre cose magari più accattivanti e gratificanti. Confesso di essermi sentito, anni fa, quasi un “impiegato del sacro” che esegue i compiti prescritti dal ruolo sacerdotale, credendo che altre attività siano più adeguate all’annuncio del Vangelo: ahimè!

Ringrazio questo appuntamento quotidiano, con le intenzioni o senza il nominativo dei defunti da ricordare, perché in fondo ti segnale l’essenziale del tuo essere prete. Un semplice orario possiede così una grande forza. Ed è bello che quello che fai è per tutta la comunità, quella piccola raccolta nella chiesa in quella mezz’ora e quella che non si riconosce in una fede cristiana ma appartiene al territorio dove si vive.

Oggi poi, che sono impedite molte attività, non smetti di chiederti: “Ma oggi a che ora celebro la liturgia?”.

Sembra quasi che il Maestro ti dica in questo periodo: “È ciò di cui c’è bisogno, la parte migliore”. Forse…

don Norberto