Un lume

Tutto è così strano: non sembra Natale neanche per il prete.
I campanelli suonati (il prete suona sempre due volte, come il postino!), il chiedere permesso, le strette di mano, i saluti, il “Mi presento, sono il nuovo parroco”, due parole, la preghiera e la benedizione, la corsa perché si è in ritardo, le scuse agli altri condomini per non aver fatto in tempo a passare da loro (del resto come si poteva troncare un inizio di comunicazione con quella o con quell’altra persona?), il celebrare la Messa mettendo ciò che la giornata aveva fatto incontrare, l’ombrello ingombrante in caso di pioggia insistente, il gesto di pulire i piedi per non lasciare sporco, l’incontro con i bambini, il presepio che poco alla volta esce dagli scatoloni, il profumo del cibo nelle ore di cena, la tavola con verdura, ravioli, affettati e frutta, l’ascensore in salita e le scale in discesa… nulla di tutto questo.

Avevo iniziato così il primo contatto con la gente, con azioni e comportamenti che si ripetevano da anni. Solo mi era stato risparmiato… il cane. L’animale è sempre stato il mio terrore quando passavo per villette o ville dei paesi in cui sono stato parroco in precedenti parrocchie. Se ne vedevano di tutti i colori, ma soprattutto di tutte le stazze. La mia domanda classica, subito dopo aver detto di essere il prete per la visita alle famiglie, era: “Ma il cane è legato?”. La targa sul cancello diceva chiaramente: “Attenti al cane, se entrate è a vostro rischio”. Appunto. Solo alla vista della padrona che teneva la bestia agitata (“non fa nulla, reverendo” era frase classica!), lasciavo il cancello che era buona difesa, per entrare in casa.
E poi l’ansia delle novene, la corsa analoga a quella che tutti facevano nei negozi per preparare, predisporre celebrazioni e liturgie con animazioni e fogli vari.

Potrei dire una frase originale (sic!): “Mai fatto un Natale così”, ma sarebbe come sparare sulla Croce Rossa.

Vedo te Signore, lume semplice e reale non spento e neppure smorto. In fondo basta un lume perché il buio non sia più buio. Quando infatti il buio è buio, si è a disagio allo stesso modo in cui ti capita di cercare il cognome di una persona al citofono e non hai con te gli occhiali. Di solito non passa anima e, se anche fosse, non puoi dire al primo che capita: “Scusi mi puoi indicare dove è il nome del signor X?”. Brancolare nel buio è proprio brutto se, magari in montagna, se ne è fatta esperienza.
L’accessione di un fiammifero che poi si accosta allo stoppino di una candela toglie dalla paura che il buio produce. Il male è male ed è buio, il peccato è peccato ed è buio, ma una richiesta di aiuto o un gesto di puro amore impedisce che il male sia solo male e il peccato sia peccato, tutto sia nel buio.
E se questa fosse la speranza? Forse è più giusto dire, come insegna la liturgia, “la beata speranza”, proprio perché un lume è stato accesso tempo fa e non viene meno “per tutti i secoli dei secoli”. Nessuno potrà spegnerlo come avviene su alcune candele per le torte di compleanno.

Grande quel Dio che ha lasciato acceso per sempre un lume nel mondo e che viene costantemente alimentato da piccoli e puri gesti di amore.
Ci basta quel tuo lume Signore!

don Norberto