31 marzo 2024

Domenica di Pasqua nella Risurrezione del Signore


L’augurio per la Pasqua cristiana!

Non un semplice saluto di “buona Pasqua” ma un augurio, con qualche riga in più, che vuole esplorare il mistero di questa festa unicamente cristiana. Quasi un dialogo dove la morte parla vedendo arrivare Gesù negli inferi. L’augurio perché si sperimenti questa liberazione…

Don Norberto, don Mauro, don Felice, don Saturnino, diacono Dario


La Morte: “Se tu sei Dio, mostra il tuo potere
e se sei un uomo prova la nostra forza!
Ora, se è Adamo che tu cerchi, puoi andartene:
è imprigionato qui per i suoi debiti;
non c’è cherubino o serafino che sia capace
di ottenere la sua liberazione:
non ci sono mortali tra di loro
che possano offrirsi in cambio.
Chi può aprire la bocca dello Sheol,
tuffarsi dentro e prenderlo da là,
dato che lo Sheol lo ha inghiottito
e lo tiene stretto per sempre?

Da sola ho vinto molti,
e ora l’Unigenito cerca di vincermi!
Ho portato via profeti, sacerdoti ed eroi,
ho vinto i re con le loro schiere,
i giusti con le loro buone azioni,
– fiumi pieni di cadaveri – io butto nello Sheol,
che resta assetato per quanti io ve ne getti!
Per quanto un uomo ne sia vicino o lontano,
l’esito finale lo conduce alla porta dello Sheol.

Chi è questo? Il figlio di chi?
E di che famiglia è quest’uomo che mi ha vinto?
Il libro delle genealogie è qui con me,
ho iniziato e mi sono presa il disturbo
di leggere tutti i nomi a partire da Adamo,
e nessuno dei morti mi scappa; tribù dopo tribù sono tutti scritti sulle mie membra.
È per te Gesù che ho intrapreso questo conto,
proprio per mostrarti
che nessuno scappa alle mie mani.

La Morte aveva finito il suo beffardo discorso
e la voce di nostro Signore
risuonò fragorosamente nello Sheol,
aprendo ogni tomba, una per una.
Terribili spasimi afferrarono la Morte nello Sheol;
dove la luce non era mai stata,
raggi brillarono dagli angeli
che erano entrati per far uscire i morti
a incontrare il Morto che ha dato vita a tutto.

La Morte di Gesù è un tormento per me,
vorrei averlo lasciato vivo:
sarebbe stato meglio per me che la sua morte.
Qui c’è un morto la cui morte trovo detestabile;
alla morte di ogni altro io gioisco,
ma la sua morte mi tormenta
e aspetto che torni alla vita:
durante la sua vita egli ha fatto rivivere
e portato di nuovo alla vita tre morti.
Ora, attraverso la sua morte,
i morti che sono venuti di nuovo alla vita,
mi calpestano alle porte dello Sheol
quando vado per trattenerli.

Correrò e chiuderò le porte dello Sheol
davanti a questo Morto
la cui morte mi ha rapinato.
Chi sentirà ciò si meraviglierà
della mia umiliazione, perché sono stata sconfitta
da un Morto venuto da fuori:
tutti i morti vogliono andare fuori
e lui insiste per entrare.
Un farmaco di vita è entrato nello Sheol
e ha riportato i suoi morti indietro alla vita.
Chi è colui che ha introdotto per me
e nascosto il fuoco vivente in cui le fredde
e scure viscere dello Sheol si fondono?”.

La Morte vide gli angeli nello Sheol,
esseri immortali invece di mortali e disse:
“La confusione è entrata nella nostra dimora.
Per due motivi sono tormentata:
i morti hanno lasciato lo Sheol
e gli angeli che non muoiono vi sono entrati.
Uno vi è entrato insieme
assiso alla testa della sua tomba,
un altro, suo compagno, ai suoi piedi.
Bisogna che domandi e che ottenga da lui
che prenda i suoi ostaggi
e se ne vada nel suo regno”.

Il nostro Re vivente è salito ed è esaltato,
come un vincitore, dallo Sheol.
Il dolore è doppio per chi è alla sinistra,
sgomento per gli spiriti cattivi e i demoni,
sofferenza per Satana e la Morte,
lamentazione per il Peccato è lo Sheol,
ma gioia per chi è alla destra è venuta oggi!

In questo grande giorno allora
offriamo una grande lode a Lui
che è morto ed è tornato alla vita,
per dare vita e resurrezione a tutti!

(da un inno di Efrem il siro)


Pregare con il cellulare

Ciò che viviamo nella liturgia può diventare gesto concreto. Partiamo da ciò che è accaduto al Venerdì Santo quando durante l’intensa celebrazione della morte del Signore e poco prima della fine il sacerdote pronuncia 12 orazioni, introdotte da una voce guida. Al di là dell’istintiva frase – “ma quante sono!” – la liturgia sotto la croce spazia per raggiungere ogni categoria di persona: dalla Chiesa ad altri credenti e ad altre religioni; segnala le sofferenze e le epidemie (sembrava un termine relegato ad anni passati prima che arrivasse il Covid); prega per i catecumeni, gli ebrei, i non credenti, i governanti fino a raggiungere i defunti.
Trovo l’invito, in un certo senso, a pregare con il cellulare… Ormai la rubrica del telefono è “oggetto di antiquariato”, come le pagine bianche e le pagine gialle che venivano recapitate di anno in anno nelle case: cose dell’altro secolo! Ora ciascuno ha la sua rubrica con molti nomi, dai familiari agli amici, con il contatto dei colleghi o di persone saltuarie. Molti sono nomi che ci fanno sussultare, altri che ci fanno sbuffare, alcuni più usati, altri da aprire “solo in caso di estrema necessità”. Pregare con il cellulare, si può!
Così ho pregato la sera del Venerdì Santo con nomi e ricordi: molti nomi sono legati a Segrate ma molti altri alle parrocchie precedenti. Più il tempo passa e più mi accorgo che alcuni contatti non sono aggiornati sulle novità di vita, però ci sono nella rubrica. E allora si prega per loro, li si mette sotto la croce: giovani ormai sposati, amici ormai genitori o nonni, uomini e donne di età diverse. Fermarsi su ogni nome apre un mondo pieno di affetti e di commozione. Li affido al Crocifisso perché lui sia con loro, “rivolga il suo volto e dia loro pace”. Passare questa lunga lista significa anche riconoscere che in ogni contatto qualcosa è arrivato a me e di cui sono debitore. In molti nomi trovo la tragedia delle morte e della sofferenza, molti sono nomi che non potranno più rispondere e che faccio fatica a cancellare dalla rubrica. Quest’anno sono stati i nomi della rubrica a farmi pregare sotto la croce.


Ogni “sì” detto

Quante messe ho celebrato in questi 44 anni di sacerdozio, ripetendo quella liturgia che trova il suo inizio nel Giovedì Santo, altro grande momento del triduo pasquale. Non è una questione di rito o di lavoro che fa parte di ciò che fa il prete. Anche in questo caso si passa nel concreto e all’esterno del rito. Ogni volta che pongo un “sì”, ripeto il gesto del pane spezzato. Quando è chiesto un gesto di amore o un supplemento di amore, si ripete quel momento dell’ultima cena. “Fate questo in memoria di me” prosegue “ogni volta in cui venite traditi e rispondete con un supplemento di amore”; ogni volta che il “sì” vince sulla malavoglia o sulla indifferenza, si allunga il gesto liturgico.
Ogni anno allora, celebrando il Giovedì Santo non faccio solo quello che la liturgia mi chiede di fare ma opero una verifica, quasi un anniversario delle volte in cui “ho scelto il sì rispetto al no oppure al vedremo”. Potremmo accorgerci di aver dato pochi frutti, vuoi perché non sono andato molto a Messa o vuoi perché, pur non avendone saltata una, quel gesto non è entrato nel circolo del sangue e della volontà. E noi che ci crediamo a posto, alla maniera di Pietro che non vuole che gli si lavi i piedi. Invece quando si è disposti ad scegliere il “sì”, l’ultima cena prosegue la sua potente esplosione!


La notte bianca

Un po’ sono nottambulo, ma tendente a crollare a una certa ora. Momento di alto spessore è la Veglia Pasquale, terza grande celebrazione del Triduo. Esiste la notte di Pasqua che quest’anno diventa più notte in concomitanza con la ripresa dell’ora legale. Nella notte la luce, l’acqua, l’abbondante Parola, il pane distribuito dopo il digiuno eucaristico vissuto per due giorni.
Così nella vita pratica: ogni volta che si accende una parola di bene, la notte pasquale trova il suo senso. Portare parole buone, bloccare il parlare male, fare il primo passo, non saltare nella fila di chi urla con cattiveria, trovare il silenzio tra i rumori, fermarsi e rallentare, essere disposti all’ascolto, provare ancora nonostante i fallimenti, sono i segni di una veglia pasquale che continua nel tempo. Certamente portiamo in chiesa un po’ del buio che ci portano le notizie delle varie guerre e violenze. In più ci mettiamo del nostro quando una chiesa non è chiesa, quando una comunità cristiana non vive secondo l’aggettivo “cristiano”, quando ci si perde d’animo e non si crede più nella sua presenza. Meno male che da quella notte domina nella chiesa il cero pasquale, bello e robusto, che si accende e rimane bene in vista per cinquanta giorni: ci ricorda come stanno veramente le cose, secondo Dio e di questo noi siamo testimoni!

Don Norberto


NB: Solo un modo per ripensare al Triduo pasquale da poco celebrato. L’invito è a rivedere i giorni precedenti la Pasqua, come si sono vissuti e come ci hanno parlato nella ricchezza liturgica.