19 Ottobre - Novegro

“Ogni laico deve essere davanti al mondo un testimone della risurrezione e della vita del Signore Gesù e un segno del Dio vivo. Tutti insieme, e ognuno per la sua parte, devono alimentare il mondo con i frutti spirituali e in esso diffondere lo spirito, da cui sono animati quei poveri, miti e pacifici, che il Signore nel Vangelo proclamò beati. In una parola: ciò che l’anima è nel corpo, questo siano nel mondo i cristiani” (L.G. n 38).

Così si conclude il capitolo IV della Lumen Gentium, la Costituzione dogmatica del Concilio Vaticano II sulla Chiesa. È un capitolo interamente dedicato ai laici e inizia dicendo che “I laici partecipano insieme ai sacri pastori alla missione salvifica della Chiesa”.     Queste parole del Concilio, ma più in generale lo spirito pastorale che lo ha animato e, nello specifico, le costituzioni dogmatiche sulla Chiesa (Lumen Gentium) e sulla Chiesa nel mondo contemporaneo (Gaudium et Spes), affermano con decisione la corresponsabilità dei fedeli laici alla missione della Chiesa. Ma la domanda è come i fedeli laici esercitano tale corresponsabilità. È una questione oggi ancora aperta perché, nei fatti, l’attività pastorale delle nostre comunità, ha intrapreso la strada della collaborazione dei laici, che è diversa dalla corresponsabilità. Intendo dire che il coinvolgimento dei fedeli laici era attuato quando avveniva in un quadro progettuale lineare e coerente stabilito a priori, quindi in relazione ad alcuni “bisogni” pastorali. Infatti il livello più alto della collaborazione era quella degli operatori pastorali, disponibili a svolgere diversi servizi: consiglieri pastorali, CAEP, catechisti, operatori caritas, gruppo liturgico o missionario, ministri straordinari della comunione eucaristica, … .

 

Bisogna guardarsi bene dal giudicare negativamente questo processo, perché  ha permesso di far compiere alle nostre comunità dei passi significativi e di mostrare un volto più vivace e più articolato della loro vita.  Va anche tenuto conto che si viveva in un contesto generale di sensibilità religiosa che permetteva questo approccio. Tuttavia l’effetto che oggi subiamo è che le comunità rischiano di bloccarsi su quello schema, forse anche perché hanno lasciato troppo spesso andare per conto loro, o hanno ritenuto superate, quelle aggregazioni laicali che avevano maggiore attenzione agli ambienti di vita quotidiana o alla vita quotidiana come tale. Cito per tutte la Azione Cattolica e le ACLI.

Oggi il quadro di riferimento del passato non tiene più, perché è cambiato il mondo. Lo ha rilevato con grande chiarezza il convegno ecclesiale di Verona dell’ottobre del 2006 con la messa in evidenza dei 5 ambiti (vita affettiva, lavoro e festa, fragilità, tradizione, cittadinanza), sintesi della vita quotidiana nella quale sta il fedele, vive l’esperienza della fede e porta la sua testimonianza. I laici cristiani vivono autenticamente la corresponsabilità della missione della Chiesa nello svolgersi concreto della vita quotidiana.

La lettera pastorale del nostro Arcivescovo potrebbe essere letta come un’esortazione a stare nel mondo ed è un messaggio che certamente va recepito. Tuttavia credo che sia più completa la sua comprensione se dell’esortazione ne accogliamo la declinazione a stare in “questo” mondo. Cioè: non possiamo che leggere questa lettera sentendoci “dentro”, sentendoci “parte” del campo che è il mondo. E per noi, di “questo” mondo.     Se mai abbiamo avuto la tentazione di comprendere e vivere la nostra esperienza di credenti in Gesù accanto o in alternativa al mondo, è necessario ricomprenderci in esso. Ciò significa diverse cose: innanzitutto che la nostra esperienza di fede conosce un dinamismo dato dalla nostra storia in questa realtà di mondo. Non possiamo immaginarne o sognarne un altro. La nostra storia è come il “corpo”, l’incarnazione della nostra fede. Della storia, della realtà del nostro ambiente, partecipiamo e respiriamo tutte le opportunità, i rischi e le tentazioni.

Inoltre, la nostra esperienza di fede vive nelle relazioni che concretamente sperimentiamo. Vive degli sguardi, delle emozioni, degli incontri che ogni giorno si danno. La fede è un’avventura personale ma  non solitaria. Ma non solo nel senso che gli altri ci sono vicini, bensì nel senso più forte che gli altri contribuiscono a “formare” la nostra fede. Ogni altro è un segno dello Spirito che ci viene dato e in questo senso dobbiamo imparare a riconoscere l’altro.

Infine: in questo mondo in cui viviamo e in cui si fa l’esperienza della fede, c’è la zizzania. È molto importante riconoscerla ed è altrettanto importante interrogarci su come reagiamo una volta che l’abbiamo riconosciuta. È ingenuo pretendere un campo “pulito” o ritenere che i nostri sforzi prioritari  debbano essere quelli per pulire il campo. Invece, quando si riconosce che c’è la zizzania, quando inciampiamo in essa (specifico che la zizzania è ciò che divide, è ciò che vuole confondere facendo vedere il male come bene, è ciò che paralizza e mortifica la dignità della persona, è l’idolatria che rende schiavi perché vuole far coincidere la bellezza della vita con la soddisfazione della sequenza dei diversi momenti  “presenti”, …) la strada è quella di stringerci ancora di più a Gesù, alzando il livello della preghiera, dell’incontro con Lui e con la sua Parola. Questo non dà solo maggiore capacità di sopportazione ma soprattutto la sicura consapevolezza che il male non arriverà mai a soffocare il bene e che la luce del bene, per quanto fioca possa essere, la vince sempre sulle tenebre.

Il richiamo dell’Arcivescovo, in sostanza, è quello di rendersi sempre più consapevoli che saremo testimoni di Gesù, corresponsabili della missione della Chiesa se “da” cristiani vivremo la realtà quotidiana. “L’impegno del cristiano non è un’estenuante ricerca di nessi tra il Vangelo e la vita, come se fossero due realtà disgiunte e da mettere artificiosamente insieme. È assai più semplice. Consiste nel documentare in prima persona che Gesù è via, verità e vita” (p. 44).

Una seria riflessione dovrà essere fatta sullo sguardo con cui da cristiani guardiamo nel mondo. Si potrebbe anche dire: sul linguaggio col quale esprimiamo nella vita quotidiana la nostra fede. Non si tratta solo del linguaggio delle parole ma del nostro essere. Molto concretamente: del come mostriamo la nostra esperienza di vivere. Ebbene, come credenti che ricevono la grazia dei Sacramenti e il dono della Parola, non siamo solo chiamati, ma siamo anche abilitati a guardare e parlare come Gesù. Significa guardare e parlare con misericordia. È lo stesso sguardo misericordioso, la stessa parola di pace e di riconciliazione che noi abbiamo ricevuto da Gesù e dalla Chiesa. Se non ci siamo sentiti amati, non può essere credibile il nostro linguaggio di amore; se non ci siamo sentiti perdonati, non può essere autentica la nostra parola di perdono perché diventa superiorità, giudizio, distanza e indisponibilità a farsi carico del fratello. Ma tutto questo, prima che specificarsi in una somma di gesti sentiti come un dovere, è un modo di essere che si costruisce nell’interiorità.

Ma abbiamo bisogno di non essere soli. La comunità è la dimensione della non solitudine della fede. In realtà a questa solitudine siamo tutti tentati e la tentazione ha il volto dell’esperienza religiosa vissuta come ricerca di esperienze appaganti, suggestive, semplicemente “belle”. Una sorta di estetica religiosa anch’essa legata alla soddisfazione del presente, alla dolcezza dell’animo; una sorta di riserva rispetto ad una vita quotidiana parallela e spesso ansiosa. È la religione come terapia più che la fede come anima che illumina la verità e il senso dell’esistenza.

Se si vive la comunità come luogo di questo appagamento, sarà sempre critica. Va bene quando si sta bene, ma quando sorgono problemi, diventa critica. Come stiamo noi nella comunità? Con quale spirito? Perché a ciascuno viene chiesto di stare nella comunità da protagonista, con la sua vita, con la sua competenza. Superare l’idea di comunità come agenzia di servizi è oggi essenziale. Questa deriva infatti crea il gioco dei ruoli ed è una deriva estenuante di ricerca di copertura di servizi; è anche una deriva di tensioni, in particolare tra preti e laici, quando ci si sente “padroni” del ruolo. Ci sono preti che ritengono di essere più competenti dei laici in materie che non sono le loro e ci sono laici che ritengono di essere più preti dei preti stessi. La comunità è un’altra cosa: è la consapevolezza di essere affidati gli uni agli altri in Cristo. Sappiamo che il centro, il cuore della vita della comunità è l’Eucaristia, ebbene, è necessario guardare i volti di coloro che condividono la celebrazione del sacrificio di Gesù e della comunione con Lui con la simpatia di sentirsi reciprocamente affidati. Avvertire questa fraternità creata dal Signore apre il cuore e la vita alla responsabilità di ciascuno verso l’altro. La responsabilità è la cura della salvezza dell’altro è la solidarietà con lui nella fede, cercando di metterlo nelle condizioni di vivere pienamente la sua vocazione. Vedo il sacerdote e percepisco che la sua vocazione è affidata anche a me e che la mia vocazione è affidata anche a lui. Reciprocamente affidati, questa è la dinamica della comunità. Ma questo ci porta a dire che anzitutto si partecipa della vita della comunità con riconoscenza, perché da essa sono stato sostenuto e mi sento sostenuto nella vita di fede.

Scusate la franchezza. Troppo spesso nelle nostre comunità spendiamo energie per incontri, convegni, attività, nelle quali ci sono alcuni che organizzano e altri che partecipano. Forse oggi è necessario introdurre un altro metodo, pur senza trascurare quello dell’organizzazione. Lo ha ricordato anche il nostro Vicario Generale: è il metodo della conversazione. “La conversazione è il discorrere semplice e spicciolo che visita gli ambiti della vita dai quali nessuno è lontano. … La conversazione può essere la via da percorrere e lo stile da praticare per testimoniare che Gesù Cristo è l’evangelo dell’umano, non come principio generale che chiede un’adesione di fede, ma come esperienza che apre alla speranza e promette salvezza per l’umano nella sua dimensione quotidiana”. Capite che qui laici e preti sono veramente tutti protagonisti, tutti corresponsabili della missione della Chiesa. Quando chiediamo di favorire nelle comunità gruppi di Azione Cattolica, intendiamo proprio l’istituzione di gruppi che sappiano “conversare” e con questo spirito di sostanziale comunione, contribuire a formarsi come cristiani, a solidarizzare reciprocamente nella fatica della vita quotidiana animata dalla fede.

“Il laico è un competente dell’ambito in cui vive ed essere competenti significa riconoscere la verità nel campo in cui si lavora. Perché se è vera la legge dell’Incarnazione, tutte le cose del mondo sono abitate dai segni di Dio e il compito del laico credente è far emergere la figura del Vangelo che è dentro le cose del mondo, poter vivere cristianamente quegli aspetti” (Triani). Ed è proprio in questo senso che bisogna formarsi lo sguardo giusto. Vedere il bene che c’è e evidenziarlo. Vedere il bene che c’è e raccontarlo, sostenerlo. Qui credo che stia il cuore della conversazione: evidenziare i segni dello Spirito presenti in questa comunità, in questo mondo. Anche i problemi le questioni difficili che si devono raccontare vanno lette sempre alla luce dello Spirito che opera, perché così si alimenta il coraggio di intervenire e si definiscono le modalità migliori. Inoltre, “Come laici e come comunità cristiane abbiamo oggi urgente bisogno di dire che vivere da cristiani non è la cosa più normale del mondo, ma è la cosa più straordinaria che possa capitare. Perdonare il nemico, per esempio, non è la cosa più normale del mondo, ma è una delle grazie più grandi che possano capitare.  Vivere il matrimonio come sacramento e non semplicemente come contratto non è la cosa più normale del mondo, ma i cristiani hanno il desiderio di testimoniare che è una cosa straordinaria” (Triani).  Ho accennato all’interiorità. Credo che sia un punto oggi decisivo. Essa è il luogo della verità di quello che siamo, dove le domande di senso acquistano il loro spessore. Avere la consapevolezza di chi si è e sentire che l’amore e la misericordia di Dio ci raggiungono nella verità di quello che siamo sono le chiavi di una apertura alla vita fiduciosa e disponibile. Saremo anche limitati ma sapremo riconoscere il bene e sapremo anche farlo. È dall’interiorità che nasce la vita spirituale. Se la spiritualità dovesse essere iniettata come dall’esterno, diventa una forzatura, difficilmente sopportabile. La vita spirituale è il linguaggio dell’interiorità. Il Cardinale Martini ci ha ricordato che la vita spirituale per sostenersi, ha bisogno di una regola di vita. Il cristiano ha bisogno di una regola di vita. Essa non è pensata per ingabbiare la fede, bensì per accenderla e per farla ardere. La sua valenza si riconosce nella sua capacità di sostenere il cammino della fede, sottraendolo all’immediatezza del momento, facendo sì che abbia una struttura, nella consapevolezza che la grazia di Dio ci accompagna ogni giorno. Per questo la regola ha bisogno di essere scritta in maniera che sia flessibile, che sappia accompagnare le diverse stagioni della vita).

(Mons. Gianni Zappa – Assistente Diocesano Azione Cattolica)