È Pasqua: Gesù vive per sempre
Il nostro augurio!
Don Norberto, don Mauro, don Felice
Molto si potrebbe dire su questa festa, che qualifica la nostra fede cristiana. Vale la pena recuperare la bellezza del prefazio del giorno di Pasqua dove è condensato tutto. Nella liturgia, infatti, si prega ciò che si crede e nel prefazio, in particolare, non si domanda nulla, ma si loda e si riconosce l’opera che “il Padre in Gesù, per azione dello Spirito Santo”, ha compiuto per noi.
È veramente cosa buona e giusta renderti grazie, Dio onnipotente, e lodarti con tutto il cuore, Padre santo, autore e creatore del mondo. Cristo Gesù, che possiede con te la natura divina, per liberare l’uomo si è offerto volontariamente alla morte di croce. Egli è stato prefigurato nel sacrificio dell’unico figlio di Abramo; il popolo di Mosè, uccidendo l’agnello senza macchia, ne preannunciava l’immolazione pasquale; i profeti l’hanno previsto già nei secoli antichi come il servo che avrebbe portato i peccati di tutti e di tutti cancellata la colpa.
Questa è la vera Pasqua, esaltata dal Sangue del Signore, nella quale, o Padre, la tua Chiesa celebra la festa che dà origine a tutte le feste. Il Figlio tuo, come schiavo, si consegna prigioniero agli uomini per restituirli a libertà piena e perenne e con una morte veramente beata vince per sempre la loro morte. Ormai il principe delle tenebre si riconosce sconfitto, e noi, tratti dall’abisso del peccato, ci rallegriamo di entrare con il Salvatore risorto nel regno dei cieli. Per questo mistero di grazia ci uniamo alla gioia dell’universo e con tutto il popolo dei redenti che in cielo e in terra canta la tua gloria eleviamo a te, o Padre, l’inno di lode…
Proseguo sulla Pasqua non usando i numerosi commenti biblici ma altre voci. Ho cercato – senza sforzo, confesso – su Google digitando “non credente e la Pasqua”. Ecco due riflessioni: una dal sito “Giornalettismo“ di Giovanni Palumbo nel 2010 e una del cardinal Martini tratta da un articolo apparso sul Sole 24 ore.
Don Norberto
La pasqua di un ateo
Non sono un credente e resto piuttosto asettico nei confronti dei vari credo religiosi ma penso che nessun uomo possa restare indifferente dinanzi al significato della Pasqua. Deprivando Gesù Cristo di tutti gli orpelli religiosi, di tutte le significazioni fideistiche che gli sono state più o meno costruite addosso come una sovrastruttura più umana che divina, non resta che un uomo.
Un proletario, un povero, figlio di un falegname che si fa interprete e portatore di un messaggio talmente “elementare” da divenire universalmente potente. Il Cristo che arringa le folle, che parla per renderle consapevoli della unicità dell’essere umano, dell’uguaglianza, della forza dei deboli che uniti divengono invincibili tanto da poter sfidare anche la morte, è un esempio per ognuno di noi. Un proletario con forti inclinazioni socialiste, un rivoluzionario ante litteram, Gesù è un uomo che rapisce la mia ammirazione proprio per la sua forza umana, per la sua fragilità terrena e non per gli aspetti divini.
Egli percorre il suo cammino contro tutto e tutti, si fa beffe dei potenti, ne irride il potere grazie ad una consapevolezza che trae forza profonda proprio dalla natura più intima e fragile dell’essere umano. Affronta il suo cammino doloroso, le torture, il calvario con la dignità di un estremista, con il sorriso di chi sa di aver già vinto e di non dover temere alcuna umiliazione perché il suo messaggio è stato come un seme fecondo sparso nelle coscienze dei deboli. Non era certo una cosa semplice a quei tempi riuscire a divulgare una nuova coscienza sociale avendo contro l’impero di Roma e i potentati locali.
Cristo fa la guerra alle caste dominanti a viso aperto e senza timori reverenziali, reclama dignità per gli afflitti e i dolenti senza distinguere tra essi i bianchi dai neri, i rei dai giusti, gli uomini dalle donne. I suoi discorsi sono una magia comunicativa, snocciolano in parole semplici concetti così rivoluzionari e universali da aver attraversato i millenni senza invecchiare e senza infeltrire. “Gli ultimi saranno i primi” è una sorta di rivendicazione sociale così intensa da conquistare gli animi dei giusti in ogni momento della storia. Non con la violenza ma con la forza di un messaggio intransigente, lineare, disinteressato è così che Cristo pone al suo popolo la visione di un mondo senza confini, senza patrie, senza orpelli, senza barriere.
Un bene comune che sfida i settarismi, i localismi, gli orticelli fortificati delle coscienze di ognuno di noi addivenendo ad una significazione concettuale di “IO” collettivo ed universale. Gesù era forse il primo comunista della storia, in una forma certo particolare e deideologizzata ma, sicuramente, intrisa di un concetto di uomo rivoluzionario, padrone di se stesso al punto tale da riuscire a collettivizzare il proprio egocentrismo trasformandolo in una entità positiva. Non posseggo i mezzi culturali per avventurarmi in una disamina teologica (e neanche mi interessa) ma provo a traslare la figura di quest’ umile figlio di falegname nei vari momenti della storia dell’umanità e il risultato finale è sempre sorprendente.
Cristo, l’uomo, lo possiamo mettere sul palco di qualunque attimo della storia: dalla rivoluzione francese, all’ illuminismo, dalla rivoluzione industriale sino ai giorni nostri. I suoi contenuti sono e restano sempre integri e saldi come pietra miliare di una civiltà degna di questo nome. Egli infrange il muro del tempo e della storia con una naturalezza sconvolgente. Restano le piaghe dolorose della sua croce ad evidenziarne la fragilità umana e a renderlo inarrivabile. Resta il monito di un uomo giusto condannato da una giustizia ingiusta e faziosa assoggettata a meschini disegni umani. Risorgerà? Non credo, non ne ha bisogno perché in fondo non è mai morto. Buona Pasqua a tutti.
Giovanni Palumbo
La Pasqua, un segno di speranza
Mentre il Natale evoca istintivamente l’immagine di chi si slancia con gioia (e anche pieno di salute) nella vita, la Pasqua è collegata con rappresentazioni più complesse. È una vita passata attraverso la sofferenza e la morte, una esistenza ridonata a chi l’aveva perduta. Perciò se il Natale suscita un po’ in tutte le latitudini, anche presso i non cristiani e i non credenti, un’atmosfera di letizia e quasi di gaiezza, la Pasqua rimane un mistero più nascosto e difficile. Ma la nostra esistenza, al di là di una facile retorica, si gioca prevalentemente sul terreno dell’oscuro e del difficile.
Penso soprattutto in questo momento ai malati, a coloro che soffrono sotto il peso di diagnosi infauste, a coloro che non sanno a chi comunicare la loro angoscia, e anche a tutti quelli per cui vale il detto antico, icastico e quasi intraducibile senectus ipsa morbus (la vecchiaia è per natura sua già una malattia). Penso insomma a tutti coloro che sentono nella carne o nella psiche o nello spirito lo stigma della debolezza e fragilità umana: essi sono probabilmente la maggioranza degli uomini e delle donne di questo mondo.
Mi appare significativo il fatto che Gesù nel suo ministero pubblico si sia interessato soprattutto dei malati e che Paolo nel suo discorso di addio alla comunità di Efeso ricordi il dovere di «soccorrere i deboli».
Per questo vorrei che questa Pasqua fosse sentita soprattutto come un invito alla speranza anche per i sofferenti, per le persone anziane, per tutti coloro che sono curvi sotto i pesi della vita, per tutti gli esclusi dai circuiti della cultura predominante, che è (ingannevolmente) quella dello “star bene” come principio assoluto.
Vorrei che il senso di sollievo, di liberazione e di speranza che vibra nella Pasqua ebraica dalle sue origini ai nostri giorni entrasse in tutti i cuori. Vorrei che il saluto e il grido che i nostri fratelli dell’Oriente si scambiano in questi giorni «Cristo è risorto», «Cristo è veramente risorto» percorresse le corsie degli ospedali, entrasse nelle camere dei malati, nelle celle delle prigioni, vorrei che suscitasse un sorriso di speranza anche nelle persone che si trovano nelle sale di attesa per le complicate analisi richieste dalla medicina di oggi, dove spesso si incontrano volti tesi, persone che cercano di nascondere il nervosismo che le agita interiormente.
La domanda che mi faccio è: che cosa dice oggi a me anziano, un po’ debilitato nelle forze, ormai in lista di chiamata per un passaggio inevitabile, questa Pasqua 2007? E che cosa potrebbe dire anche a chi non condivide la mia fede e la mia speranza? Anzitutto questa Pasqua dice a me che «le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi».
Carlo Maria Martini
Lunedì dell’Angelo
- A Santo Stefano: messe alle ore 8.30 e alle ore 10.30 (con il battesimo della giovane Lesly)
- A San Felice: messa alle ore 18.30
