Lettura Nuovo Testamento – 15

Cari tutti,
siamo giunti con oggi alla conclusione della lettura dei quattro vangeli. Il capitolo 21 chiude infatti quello di Giovanni.
Avrete forse notato che il quarto vangelo ha come due conclusioni: al capitolo 20 e poi al 21.
«Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome» (Gv 20,19-31). Ha tutta la fisionomia di una conclusione.
Come anche questa: «Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù, che, se fossero state scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere» (Gv 21,25).
Gli ultimi due capitoli indugiano su vari temi. Uno dei più cruciali è quello del rapporto che i discepoli possono avere con Gesù, dopo la sua morte e risurrezione. Che tipo di relazione possiamo coltivare con chi abbiamo amato, quando costui/costei ha varcato la misteriosa Soglia? Anche i vangeli, naturalmente, affrontano il grande tema, perché nessuno degli ambiti fondamentali dell’avventura umana è estraneo ai quattro racconti.
Mi viene da pensare a uno scritto di C.S. Lewis, il noto saggista e teologo inglese del secolo scorso, autore di testi di grande richiamo come Le Cronache di Narnia e Le lettere di Berlicche. Già avanti in età quando conosce Joy, colei che sarebbe presto divenuta sua moglie, la sposa e condivide con lei quattro anni di matrimonio felice. Poi la morte di lei per tumore. Lewis entra nella notte buia dello spirito. Tiene traccia di pensieri e considerazioni di quella penosa elaborazione del lutto in appunti sparsi, che poi raccoglierà in un libretto dal titolo Diario di un dolore (A Grief Observed).
In quelle pagine troviamo la testimonianza di un amore profondo e che cerca il modo di nutrire la relazione con la donna amata, anche quando la sua presenza fisica non è più possibile. Può l’amore sopravvivere al trauma della morte di colei che amo? È la domanda fondamentale, che vale per ogni relazione di amicizia e di amore sotto il cielo: quando chi amo se ne va oltre la Soglia, la nostra relazione ha modo di fiorire e maturare ancora?
«Per entrambi gli amanti, e per tutte le coppie di amanti, senza eccezioni, la perdita dell’altro è una parte universale e integrante dell’esperienza dell’amore. La separazione [per la morte] segue il matrimonio con la stessa normalità con cui il matrimonio segue il corteggiamento o l’autunno segue l’estate. Non è un troncamento del processo dell’amore, ma una delle sue fasi; non è l’interruzione della danza, ma la figura successiva della danza. Noi siamo “tratti fuori di noi” dall’amata fintanto che essa è qui. Poi viene la figura – tragica – della danza, nella quale dobbiamo imparare a essere ugualmente tratti fuori di noi, anche se la presenza corporea della compagna è stata tolta […] E la cosa straordinaria è che, da quando ho smesso di preoccuparmene, lei mi viene incontro dappertutto. “Venire incontro” è un’espressione troppo forte […] È piuttosto come una sensazione discreta e però massiccia che lei sia, ora non meno di prima, una realtà con cui devo fare i conti» (C.S. Lewis, Diario di un dolore).
Nel racconto di Giovanni, Tommaso è l’immagine del discepolo che deve fare i conti con la scomparsa del suo amico e maestro. La sua tentazione è di trattenere la qualità di quella relazione all’interno di uno schema che la morte ha mandato in frantumi. «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo» (Gv 20,25). Detto con le immagini di Lewis, sarebbe come voler continuare a danzare con Joy il ballo della vita, pretendendola fisicamente presente, quando invece c’è da accettare che è ora necessaria una «figura successiva della danza». Un altro modo di stare insieme. Allora, la accettazione di quel che è cambiato permetterà ad entrambi (anche a chi è entrato nella condizione della morte) di coltivare la nuova forma della relazione.
Tommaso dovrà accettare di credere anche senza toccare. Non può toccare il maestro, perché non più presente nella forma di prima. È presente, ma non come prima. Il racconto di Giovanni ridimensiona la necessità della presenza fisica di Gesù: lo stesso Tommaso non mette, di fatto, la mano nel costato né il dito nelle cicatrici del risorto (l’evangelista non lo racconta, e Gesù si limita a dire: «Perché mi hai veduto, hai creduto» [Gv 20,29], insistendo sul tema della visione e non su quello del tocco). Noi tutti, discepoli sorti alla fede dopo la generazione apostolica, siamo nella condizione di Tommaso: possiamo incontrare il Risorto solo nella parola di chi l’ha incontrato vivo dopo la sua morte. È solo nella mediazione di quell’annuncio («Abbiamo visto il Signore!» [Gv 20,25]) che si raggiunge la Presenza dell’Amore del Padre fatto persona.
Per questo Giovanni chiude il suo vangelo (che si riaprirà però, come dicevamo, nel capitolo 21) dichiarando che il senso di tutto il suo racconto è stato questo: rendere possibile a chi non ha conosciuto Gesù di persona, e non ha fatto l’esperienza dell’incontro con la sua Vita debordante sulla morte, di accendersi alla fede, di riconoscere in Gesù il Messia e il Figlio di Dio, e così entrare nella Sua stessa vita, nella vita piena e vitale del Signore.
Davvero la fede è una grande, avvincente avventura.
E poi il racconto giovanneo si riapre, per consegnare un’altra delle sue tante pagine memorabili. Sul lago di Galilea, una pesca sorprendente fa intuire ai discepoli disorientati che il Risorto è di nuovo presente. Li accoglie sulla riva, prepara loro il pasto. E poi incarica Pietro di accompagnare la ricerca degli altri suoi discepoli, prima di invitarlo a seguirlo verso un misterioso futuro: «Seguimi» (Gv 21,19).
L’inizio e la fine del Vangelo di Giovanni si richiamano. Una scena (Gv 1,35-39) racconta di due discepoli di Giovanni il Battista che vedono passare Gesù, e alle parole del loro maestro («Ecco l’agnello di Dio!») gli si mettono dietro. Allora Gesù si gira e pone loro una domanda: «Che cercate?». E conclude invitandoli a seguirlo.
L’altra (Gv 21,19-23) mette in scena ancora Gesù e due discepoli. Anche qui si tratta di stargli dietro («Il Signore Gesù disse a Pietro: Seguimi. Pietro si voltò e vide che li seguiva quel discepolo che Gesù amava…»), anche qui risuona una domanda («Pietro disse a Gesù: Signore, che cosa sarà di lui?»), anche qui Gesù conclude invitando alla sequela («Tu seguimi»).
Ognuno a proprio modo, ma la questione della vita è di seguire il Maestro. Di non sottrarsi all’avventura di star dietro a chi scegliamo di seguire.
Edgar Lee Masters, riflettendo sulle esigenze dell’amore e sul suo richiamo ai passi della coraggiosa avventura, mette in bocca a uno dei suoi personaggi: «L’amore mi si offrì e io mi ritrassi dal suo inganno; il dolore bussò alla mia porta e io ebbi paura; l’ambizione mi chiamò, ma io temetti gli imprevisti. Malgrado tutto avevo fame di un significato nella vita. E adesso so che bisogna alzare le vele e prendere i venti… dovunque spingano la barca. Dare un senso alla vita può condurre a follie, ma una vita senza senso è la tortura dell’inquietudine e del vano desiderio» (E. Lee Masters, Antologia di Spoon River).
Una vita senza senso, senza direzione, è insopportabile.
«Maestro, dove abiti?» (Gv 1,38), gli avevano chiesto i primi due discepoli quel giorno lontano. «Venite e vedrete» (Gv 1,39), aveva concluso Gesù. «Tu seguimi» (Gv 21,22), ribadisce anni dopo a Pietro.
L’amore mi si offre. Mi fiderò o lo prenderò per inganno? Il dolore, l’ambizione, quanto di grande e impegnativo c’è sul cammino umano mi esorta a varcare la soglia: mi lascerò raggiungere dal loro invito a mettermi in gioco?
Nella grande avventura di vivere, il Signore ci accompagni.

don Paolo Alliata