Sapere per ultimo

Mi capita spesso di venire a sapere le cose per ultimo. In molti, direi moltissimi casi, mi è capitato di “cadere dalle nuvole”, per dirla con una frase popolare, davanti ad una circostanza, un evento o una questione riguardante le persone. Si crede che il prete sappia tutto e subito ma, nel mio caso, succede spesso che si sappia… dopo.

Un po’ perché non sono in tanti gruppi WhatsApp, piuttosto che su Facebook, luoghi moderni di una comunicazione veloce o non percepisco pettegolezzi ed affini. Sta di fatto che mi trovo imbarazzato quando qualcuno mi dice: “Ma non sai cosa è capitato a quella o a quello?”.

Ho amici sacerdoti che sanno prima ciò che il vescovo dirà o sono al corrente di trasferimenti (in un caso anche nel mio, anni fa) prima ancora che lo sappia l’interessato o si sappia in giro. Alcuni di loro potrebbe stare nella famosa “Stasi” (per chi non lo sapesse cerchi su Internet oppure veda il bel film “La vita degli altri”).

Da prete che sta in confessionale mi viene però da dire che, anche in questo caso, vengo a sapere le cose per ultimo, a… peccato fatto. La confessione non è ahimè preventiva ma il momento in cui si arriva a comunicare a Dio, nella Chiesa, quel peccato che si è combinato, quel tradimento, quella scelta sbagliata: a cose fatte! Da questo punto di vista il prete viene a sapere una cosa per ultimo.

In fondo anche il Padreterno viene a conoscere per ultimo, “a cose fatte”, perché viene a saperle direttamente dall’interessato, se lui lo vuole. Rimane così in mano sua anche l’ultima risposta quella che chiude finalmente una storia sbagliata non con uno sberlone, come spesso ci meriteremmo ma con un perdono che colpisce proprio perché… immeritato. Che abbia in mano lui l’ultima parola ci riempie di speranza ma… tanta!

don Norberto