Voce del verbo “toccare”

C’è una azione che mi colpisce durante il funerale o quando vengono collocate le ceneri di un defunto nei piccoli loculi. Si tratta del gesto di toccare la bara o l’urna come ultimo saluto. Tutti sanno che in una bara c’è solo un cadavere e che le ceneri sono appunto le ceneri; eppure, quel gesto di toccare, come ultima cosa che esprime affetto a chi non c’è più, è un segno molto forte. C’è il bisogno non solo di dire con parole ma anche di esprimersi nel tatto.
È quel gesto che compio da anni a Lourdes (perché l’ho visto fare la prima volta da giovane nel mio primo viaggio come barelliere) contribuendo a proseguire questa particolare abitudine: parlo del passaggio nella grotta dove si tocca la roccia sopra la quale è posta la statua della Madonna a ricordo di quella apparizione alla piccola Bernadette. Sento, in quel tocco sulla fredda pietra, il carico delle numerose mani che, per mille motivi, hanno reso la roccia lucida. Desidero il contatto con il cielo, con Maria, con il Signore attraverso la mano. Solo la pandemia ha bloccato, per ora, questo gesto.
Dicevo del funerale in chiesa e delle tumulazioni delle ceneri, un gesto che tocca tutti, grandi e piccoli, anziani e giovani, persone religiose e quanti non hanno mai messo piede in una chiesa: tutti però con la voglia di dare il saluto per l’ultima volta attraverso quel contatto!
Sembra quasi che la bara di legno o l’urna di acciaio diventino delle reliquie. Non apro il discorso sul toccare le reliquie e baciarle perché mi sono già espresso altre volte: però, in fondo, è lo stesso toccare, nonostante la contestazione al culto delle reliquie (si rifiutano le reliquie ma si toccano le bare!).
A partire da questa considerazione mi è venuto in mente di pensare al contrario, mettendomi dalla parte del cielo, di Dio (provo a farmi intendere). In fondo anche Dio ci tocca ma non lo sentiamo fisicamente perché non deve toccare la nostra epidermide altrimenti potrebbe disintegrarci. Il suo è un tocco che arriva nel profondo di noi, così come toccando la bara vogliamo arrivare al profondo di quella relazione che abbiamo avuto con la persona morta.
Noi tocchiamo il legno per giungere al profondo, Dio tocca il nostro essere superando e bypassando la scorza, la pelle, le ossa e i nostri nervi. Mi sono detto dopo: “Se è vero il gesto umano perché non potrebbe essere altrettanto vero il toccare di Dio pur se in un modo contrario al nostro?”. Mi piace pensare che qualcosa di Dio ci arrivi superando il nostro corpo, passando le nostre malattie, andando oltre le nostre lacune, toccando il nostro essere.
Da quando ha preso la nostra umanità, il gesto del toccare fa parte di Dio! Per far passare un perdono ha toccato il paralitico, gli occhi di un cieco o la mano di una bambina morta. E poi quel benedire i bambini…! Un affetto che diventava protezione, una simpatia per coloro che non contavano nulla, una vicinanza con tutti i piccoli di cuore che sarebbero nati nel corso della storia.
Ecco mentre noi tocchiamo una bara cercando la relazione che è eterna, Dio ci tocca nella relazione eterna senza toccare la nostra pelle, appunto facendo la contrario.

don Norberto