Ultima domenica dopo l’Epifania detta “del Perdono”
Ceneri
Ormai il termine “ceneri” è diventato quasi esclusivamente un linguaggio da pompe funebri. Dopo la cremazione, infatti, l’urna contenente le ceneri del defunto viene portata al cimitero, in attesa di essere deposta nel loculo, con la possibilità – per chi lo desidera – di ricevere la benedizione da parte del sacerdote.
L’antico detto biblico “polvere sei e in polvere ritornerai” continua invece a ricordarci la fragilità e l’incostanza della vita umana che, se confrontata con il corso della storia, sembra ridursi a ben poco. Eppure quella cenere che conserviamo dei nostri cari – ottenuta attraverso la cremazione che anticipa ciò che la natura compirebbe comunque – richiama la presenza “di qualcuno” che ha camminato su questa terra: un figlio, un marito, una moglie, un padre, una madre, un amico. Le voci registrate, gli innumerevoli video o le fotografie contribuiscono a mantenere viva la memoria eppure le ceneri hanno un impatto più forte. Sono tracce di una storia viva. Per questo il cimitero, pur nel cambiamento culturale, possiede un grande valore.
La Chiesa conserva il termine “ceneri” nel proprio calendario liturgico, indicando con il “mercoledì delle ceneri” l’inizio della quaresima (nel rito romano). Di conseguenza, il giorno precedente diventa il “martedì grasso” con il suo tradizionale clima di carnevale.
Noi ambrosiani prolunghiamo il carnevale per qualche giorno fino al “sabato grasso” per poi riallinearci con la Chiesa universale nel conteggio delle domeniche di quaresima. Il rito assume un significato meno evidente, non essendo legato a un giorno specifico del calendario, ma non per questo ha un valore inferiore. Il rituale ambrosiano suggerisce di vivere il rito delle ceneri il primo lunedì di quaresima, staccandolo dalla domenica. Di fatto, però, approfittando della presenza dei fedeli alla messa domenicale, il rito viene spesso celebrato al termine delle celebrazioni.
Da poco abbiamo scelto di collocare meglio questo rito che rischia di non essere più compreso (ancor meno dai ragazzi). A Novegro, per motivi pratici, rimane collocato dopo la messa (non essendoci altri momenti liturgici). A San Felice e a Santo Stefano, invece, si propone al pomeriggio della domenica, nella forma di una piccola celebrazione. In questo modo si chiede al credente di uscire di casa espressamente per dire: “Vado a ricevere le ceneri”. Si crea così un momento in più da vivere nella comunità cristiana, all’interno della domenica. Un gesto che esprime una scelta, il desiderio di vivere “come Dio comanda” i quaranta giorni della quaresima. Sentire sul capo o toccare con le dita la cenere ci porta ad ascoltare meglio l’invito evangelico: “Convertiti e credi al vangelo”.
Che il Signore polverizzi il nostro egoismo, lo sguardo sporco, il gesto malato, le mani rapaci, il cuore indurito, l’orecchio sordo, l’alito puzzolente, il pensiero maligno. Signore, voglio entrare in questo tempo provvidenziale perché, se non lo faccio, continuerò ad annaspare, ad allontanarmi da quella relazione familiare divina che mi garantisce l’eredità eterna. Invitiamo al rito delle ceneri:
domenica 22 febbraio, alle ore 17 a Santo Stefano e alle ore 17.45 a San Felice
Il giorno del Concilio
Il Papa ha scelto di riprendere i testi del Concilio Vaticano II per le catechesi del mercoledì. Testi brevi e incisivi a partire dalla Costituzione Dei Verbum, sulla Parola di Dio. Vale la pena leggere un articolo del prof. Vergottini pubblicato recentemente su Avvenire dove si fa riferimento al giorno in cui è stato indetto il Concilio da parte di Giovanni XXIII. Faremo conoscere altre date importanti del Concilio. (dN)
25 gennaio 1959: l’annuncio che spiazzò il mondo (anche i cardinali)
Il 25 gennaio 1959 non è una data che nasce sotto il segno del clamore. La scena è quasi dimessa: la basilica di San Paolo fuori le Mura, la conclusione dell’Ottavario di preghiera per l’unità dei cristiani, un appuntamento devoto ma periferico rispetto al centro del potere romano. Proprio per questo, però, la scelta del luogo è già una prima, silenziosa dichiarazione d’intenti. L’unità dei cristiani non è un tema accessorio, ma una ferita aperta. Ed è da una ferita che il Papa fa partire il suo gesto audace.
Al termine della funzione liturgica, il Papa incontra in una sala del palazzo 17 di cardinali. Prende la parola, ma nessuno immagina ciò che sta per accadere. Angelo Giuseppe Roncalli è stato eletto da pochi mesi. Molti lo considerano un pontefice di transizione, un uomo buono, cordiale, destinato a garantire un passaggio senza scosse. Non è percepito come un innovatore, né come uno stratega. Proprio questa immagine, col senno di poi, si rivelerà decisiva. Giovanni XXIII non si presenta come un riformatore ideologico, ma come un pastore che legge i segni del tempo con uno sguardo evangelico, libero dalle rigidità difensive.
L’annuncio arriva quasi senza enfasi: «Pronunzio innanzi a voi certo tremando un poco di commozione, ma insieme con umile risolutezza di proposito, il nome e la proposta della duplice celebrazione di un sinodo diocesano per l’Urbe e di un concilio generale per la Chiesa universale». L’intenzione roncalliana di convocare un Concilio ecumenico non suscita applausi, né entusiasmo fra i cardinali. La reazione alle parole del Papa da parte dei porporati presenti fu – come commentò con una certa ironia lo stesso Roncalli – di un “impressionante, devoto silenzio”. Il silenzio, però, dice più di molte parole: un Concilio non era nei piani. Tanto che il giorno dopo L’Osservatore Romano “si dimentica” di riportare la notizia.
Giovanni XXIII non improvvisò il Concilio davanti all’aula. L’intuizione era maturata da tempo, custodita con discrezione quasi evangelica. Nei giorni precedenti l’annuncio, il Papa ne aveva parlato soltanto con pochissime persone. Tra queste, il suo segretario particolare, Loris Capovilla. A lui Roncalli avrebbe confidato l’intenzione, raccomandandogli però il silenzio più assoluto. Neppure la Segreteria di Stato era pienamente al corrente dei dettagli. Il cardinale Domenico Tardini, uomo di grande esperienza e di assoluta lealtà, fu informato solo in modo essenziale e molto tardi. Anche lui, come molti altri, rimase colpito dal tono e dalla direzione impressa dal Papa. Non c’era un piano minuzioso, non c’erano strategie precostituite. C’era una fiducia radicale nel fatto che la Chiesa, riunita in Concilio, avrebbe trovato la strada cammin facendo.
Dal Vaticano I, interrotto nel 1870, la Chiesa aveva imparato a muoversi in modo prudente, spesso difensivo, di fronte alla modernità. Non c’era una crisi dottrinale da risolvere, né un’eresia da condannare. Giovanni XXIII: non convoca un Concilio contro qualcuno. Non contro il mondo moderno, non contro la scienza, non contro cattivi maestri. Lo convoca per la Chiesa e per il mondo. Perché avverte che il problema non è la perdita della verità, ma la sua incomunicabilità. Dietro quell’annuncio c’è una convinzione teologica profonda: la Tradizione non è un museo, ma un fiume vivo. La fede della Chiesa non cambia, ma deve continuamente trovare forme nuove per essere annunciata. Se la Chiesa non rinnova il suo modo di parlare, rischia di tradire proprio ciò che vuole custodire. Roncalli, che ha conosciuto da vicino le tragedie del ’900 come diplomatico e pastore, sa che il mondo non si lascia più interpellare da un linguaggio puramente giuridico o apologetico.
Il 25 gennaio 1959 è dunque una giornata-soglia. Da una parte, la lunga stagione del cattolicesimo post-tridentino e antimoderno; dall’altra, l’apertura di una fase nuova, ancora tutta da pensare e da vivere. Nulla è deciso nei dettagli: non i temi, non i documenti, non le modalità. Ma una direzione è impressa con chiarezza: la Chiesa non deve avere paura di guardarsi dentro e di guardare fuori, insieme. Colpisce che l’annuncio avvenga nel contesto della preghiera per l’unità dei cristiani. Come se il Concilio dovesse nascere non da una posizione di forza, ma da una consapevolezza di incompiutezza. L’unità perduta, il dialogo interrotto, le divisioni storiche diventano il simbolo di una Chiesa che sente il bisogno di convertirsi, non per rinnegarsi, ma per essere più fedele al Vangelo. Nessuno, quel giorno, poteva prevedere il cammino che si aprirà: anni di preparazione, di scontri in aula, di testi respinti e riscritti, di entusiasmi e paure. Ma tutto inizia qui, con un Papa che osa fidarsi dello Spirito più che degli equilibri. Il Concilio Vaticano II nasce così: non come risposta a un’emergenza, ma come atto di speranza. Un gesto che non chiude una stagione, ma ne apre una nuova: come annunciare l’antico Vangelo in un mondo che cambia, senza perdere né la verità né la misericordia? Marco Vergottini
Battesimo di una diciottenne
Domenica 22 febbraio, prima di Quaresima, alle ore 18 presso la chiesa di Cologno Monzese ci sarà il rito di elezione di alcune persone adulte che riceveranno il battesimo. La celebrazione sarà presieduta dal Vicario episcopale perché questo rito, oltre a coinvolgere la nostra zona VII, riunisce in contemporanea tutti i catecumeni della Diocesi che saranno un centinaio.
Lesly, ragazza 18enne di origine peruviana, che da alcuni anni vive nella parrocchia di Santo Stefano, esprimerà il desiderio di essere battezzata chiudendo la sua fase catecumenale.
Riceverà il battesimo lunedì 6 aprile, giorno di sant’Angelo, durante la messa delle ore 10.30.
Ogni domenica di Quaresima (in diversi orari delle Messe) compirà “uno scrutinio”, fatto di gesti e parole.
Sabato 28 marzo poi parteciperà in duomo alla veglia “in Traditio Symboli” incontrando il Vescovo. Seguirà con noi i riti del Triduo pasquale.
Avvisi
- Martedì 17 febbraio, a San Felice: Consiglio Pastorale e Affari economici
- Mercoledì 18 febbraio, a Santo Stefano: Consiglio pastorale
- Sabato 21 febbraio, alle ore 18: messa vigilare della Quaresima
- Giovedì 26 febbraio ore 21, a Santo Stefano: “Le carceri oggi”, incontro con il cappellano di Bollate.
