Quarta domenica di Quaresima: del cieco
“Roba bella”
Nella liturgia ricorre spesso il termine “mistero” e immediatamente il pensiero corre verso ciò che non si conosce (“è un mistero”) oppure a qualcosa di oscuro come quando si accenna “ai misteri del Vaticano”. Le nostre mamme ci insegnavano a pregare recitando “i misteri del santo rosario”. A messa poi sentiamo dire: “Prima di accostarci ai santi misteri riconosciamo i nostri peccati”. Precisiamo in modo molto sintetico: si tratta di quell’azione divina che è penetrata nella sfera materiale – il divino che si unisce nell’umano, il cielo nella terra – e che si muove sempre, perché il male e la morte non sono riusciti a bloccarla.
Si comprende così l’espressione “mistero pasquale”: nella resurrezione, Dio si svela come amore incondizionato, un amore che passa in noi attraverso la materia dell’acqua, dell’olio, del pane e persino attraverso la materia del peccato: questo è il grande dono dei sacramenti!
Quando siamo nella liturgia, entriamo così nel “mistero di Cristo”, un mistero che si compirà pienamente oltre la nostra morte e alla fine dei tempi. Siamo anche nel “mistero della Chiesa”, una realtà di alto spessore e che… non ha nulla a che vedere con il Vaticano! Quante volte si usa il vocabolo “mistero” senza accorgerci!
Quando parliamo infine dei “misteri del rosario”, ci riferiamo semplicemente ai momenti di questa azione di Dio che meditiamo mentre scorrono i grani delle Ave Maria. Per la cronaca, il termine “mistero” può così sovrapporsi alla parola “sacramento”.
Se quindi intendiamo mistero, “l’azione di Dio nella realtà umana”, allora è davvero “roba bella” che ci sfuggirà ovviamente un po’, per il semplice fatto che è dono e sorpresa.
Insomma… “roba bella”!
I fiumi di sangue…
“I fiumi di sangue sono sempre preceduti da torrenti di fango”. Così il cardinal Martini si esprimeva nel 1991, durante la tragedia della guerra nel Golfo, citando un autore di quel tempo. Lo abbiamo risentito venerdì sera, 13 marzo, in occasione della preghiera per la pace indetta dai vescovi italiani. Attualità di un male seminato da tutti in parole, opere e omissioni! Richiesta a Dio perché in noi ci sia un cuore puro.
Quando si parla della ex
Si parla spesso “dell’ex” sia per un uomo sia per una donna: l’ex marito o l’ex moglie, la precedente fidanzata o fidanzato, l’ex compagno o compagna…. Nel caso dell’amicizia invece non si usa dire “il mio ex amico” ma, quando una amicizia finisce, semplicemente si dice “eravamo amici e ora non più”.
Noto che c’è molto interesse, nel mondo della comunicazione, per questi rapporti che nascono e finiscono. All’inizio, quando due persone si mettono insieme, si plaude alla coppia con commenti del tipo “che bella coppia, sembrano fatti l’uno per l’altro”. Anche il matrimonio (non è certo un male che si scelga il rito civile anziché quello religioso…) è considerato un evento bello di cui tutti ne potranno parlare.
Capita poi che, con il passare del tempo, alla prima crisi, si inizi quasi a sperare… che si mollino! Nasce una sorta di tifo per la rottura con l’arrivo della nuova “fiamma” o del nuovo “macho”. La comparsa poi di avvocati e carte bollate suggerisce che si è arrivati alla frutta e si spera che, per lo meno, i due riescano a mantenere un rapporto “civile” per il bene dei figli. La curiosità morbosa del giornalista di turno, spesso considerato punta di diamante dell’opinione pubblica, va poi cercando dettagli di una relazione che è terminata. L’ex coinvolto sembra sul punto di esplodere (“Non vedo l’ora di parlare”), aprendo così un fiume di rivelazioni – più o meno piccanti – per screditare l’altra persona, con il classico libro o le scontate interviste.
Eppure come fai a instaurare un rapporto intenso se poi, quando finisce – per motivi diversi, giustificabili o meno – tutto si riempie di disprezzo e ripicche? Come fai a buttare tutto nel tritacarne della cattiveria? Ben diverso sarebbe se si cercasse di custodire l’intimità nata precedentemente. Come sempre, è una questione di “signorilità”: una merce preziosa, ma rara.
Don Norberto
La guerra non è un videogioco
Ha avuto risonanza la dichiarazione di mons. Blase Cupich, vescovo di Chicago, circa la modalità con cui la Casa Bianca agisce nel campo del racconto e della propaganda seguendo la vicenda della guerra in Iran, come se si trattasse di un gioco. Giusto dare spazio a questa voce.
Mentre più di 1.000 uomini, donne e bambini iraniani giacevano morti dopo giorni di bombardamenti da parte di missili statunitensi e israeliani, giovedì sera l’account ufficiale della Casa Bianca su X ha pubblicato un video con scene tratte da celebri film d’azione montate insieme a vere immagini degli attacchi condotti nella guerra contro l’Iran. La clip era accompagnata dalla didascalia: “Giustizia all’americana”.
Una guerra reale, con morti reali e sofferenze reali, trattata come se fosse un videogioco: è qualcosa di rivoltante. Centinaia di persone sono morte, madri e padri, figlie e figli, compresi numerosi bambini che hanno commesso il fatale errore di andare a scuola quel giorno. Sei soldati statunitensi sono stati uccisi. Anche loro vengono disonorati da quel post sui social media. Centinaia di migliaia di persone sono state costrette a fuggire, e molti milioni di altre vivono nel terrore in tutto il Medio Oriente. Questa rappresentazione agghiacciante dimostra che viviamo ormai in un’epoca in cui la distanza tra il campo di battaglia e il salotto di casa si è drasticamente ridotta.
La crisi morale che stiamo affrontando non riguarda soltanto la guerra in sé, ma anche il modo in cui noi, osservatori, guardiamo alla violenza, perché la guerra è diventata ormai uno sport da spettatori o un gioco di strategia. Non a caso, il mercato delle previsioni Kalshi ha recentemente pagato un risarcimento di 2,2 milioni di dollari in relazione agli utenti insoddisfatti del modo in cui l’azienda aveva liquidato i 55 milioni di dollari scommessi sulla destituzione della Guida suprema iraniana Ali Khamenei dopo la sua uccisione.
I giornalisti usano oggi il termine “gamification della guerra” per descrivere questa dinamica. È un fallimento morale profondo, perché trasformare la guerra in un gioco significa spogliare le persone reali della loro umanità.
Non dimentichiamolo: un “colpo messo a segno” non significa fare punti. Sul tabellone; significa una famiglia in lutto, la cui sofferenza ignoriamo quando anteponiamo l’intrattenimento e il profitto all’empatia. Il nostro governo sta trattando la sofferenza del popolo iraniano come sfondo per il nostro intrattenimento, come se fosse soltanto un altro contenuto da scorrere con il dito mentre aspettiamo in fila al supermercato. Ma, alla fine, perdiamo la nostra umanità quando proviamo entusiasmo davanti alla potenza distruttiva del nostro esercito. Diventiamo dipendenti dallo “spettacolo” delle esplosioni. E il prezzo di questa abitudine quasi non si nota, mentre diventiamo insensibili ai veri costi della guerra. Ma quanto più a lungo restiamo ciechi davanti alle terribili conseguenze della guerra, tanto più rischiamo di perdere il dono più prezioso che Dio ci ha dato: la nostra umanità.
So che il popolo americano è migliore di tutto questo. Abbiamo il buon senso per capire che ciò che sta accadendo non è intrattenimento ma guerra, e che l’Iran è una nazione fatta di persone, non un videogioco con cui altri giocano per divertirci.
San Giuseppe e Annunciazione
La liturgia quaresimale sospende un attimo il suo ritmo e il suo colore viola in occasione della festa di san Giuseppe (giovedì 19 marzo) e dell’Annunciazione (mercoledì 25 marzo).
Valorizziamo queste due festività.
Avvisi
Martedì 17 marzo
Ore 15.30, a Santo Stefano: ultimo incontro sui testi della liturgia senza il vangelo: foglio “salmone” da prendere e da usare in settimana
Venerdì 20 marzo
- Ore 8.30 a Santo Stefano: meditazione preghiera davanti alla croce
- Ore 15, a Santo Stefano: Via Crucis
- Ore 20.45, a Santo Stefano: Via Crucis all’esterno della chiesa (zona oratorio)
- Ore 18.30, a San Felice: Via Crucis nei golfi con la presenza anche di famiglie con i ragazzi. Seguiranno indicazioni pratiche circa il percorso
A Santo Stefano: chi avesse nel proprio giardino rami di ulivo può portarli in oratorio dove, pian piano, volontari prepareranno i rami e i sacchetti per la domenica delle Palme.
A San Felice: arriveranno i rami d’ulivo offerti da un parrocchiano; si dovranno poi attivare volontari per la domenica delle Palme.
Friuli Venezia Giulia: bellezza di una terra di confine
- 19 – 20 maggio 2026 – Segrate – Aquileia – Grado
- Quota: con 40 partecipanti € 360,00
- Camera singola € 40,00
- Iscrizioni e informazioni: Enza 335 7571786
