Terza Domenica di Avvento – Le profezie adempiute
“Promessa di infinito”
Avrei voluto leggere il testo, presentato il 25 novembre, pensando che fosse breve; invece si rivela piuttosto impegnativo, con una ricca parte biblica, numerosi riferimenti ai pontefici e richiami alla filosofia e alla poesia. Non avrei potuto farlo nel giro di due giorni. Mi permetto di condividere un articolo dell’Osservatore Romano firmato da Isabella Piro, con l’intento di stimolare la curiosità e invitare alla lettura soprattutto in un contesto così distante da questi pensieri.
La nota dottrinale del Dicastero per la Dottrina della fede (Ddf) definisce il matrimonio, ovvero come una «unione esclusiva e appartenenza reciproca». Non a caso, il documento — ha per titolo «Una caro (una sola carne). Elogio della monogamia».
Le motivazioni del documento
Tre le motivazioni all’origine del testo: in primo luogo c’è l’attenzione all’attuale «contesto globale di sviluppo del potere tecnologico» che porta l’uomo a pensarsi come «una creatura senza limiti» e quindi lontano dal valore di un amore esclusivo e riservato a una sola persona. Si accenna anche alle discussioni con i vescovi africani sul tema della poligamia, ricordando che «studi approfonditi sulle culture africane» smentiscono «l’opinione comune» sulla eccezionalità del matrimonio monogamo. Infine, il documento constata, in Occidente, la crescita del «poliamore», ovvero di forme pubbliche di unione non monogama.
L’unità coniugale e il sacramento
In tale contesto, il documento del Ddf vuole rimarcare la bellezza dell’unità coniugale che, «con l’aiuto della grazia», rappresenta anche «l’unione tra Cristo e la sua sposa amata, la Chiesa». Destinata anzitutto ai vescovi, la Nota vuole essere anche di aiuto ai giovani, ai fidanzati, agli sposi affinché colgano «la ricchezza» del matrimonio cristiano, così da stimolarne «una serena riflessione e un prolungato approfondimento».
L’appartenenza e il consenso libero
Suddiviso in sette capitoli, più le Conclusioni, il testo ribadisce che la monogamia non è una limitazione, ma la possibilità di un amore che si apre all’eterno. Due elementi appaiono decisivi: l’appartenenza reciproca e la carità coniugale. La prima, «fondata sul consenso libero» dei due coniugi, è riflesso della comunione trinitaria e diventa «una forte motivazione per la stabilità dell’unione». Si tratta della «appartenenza del cuore, là dove solo Dio vede» e dove solo Lui può entrare, «senza perturbare la libertà e l’identità della persona».
Non profanare la libertà dell’altro
Così intesa, «la mutua appartenenza propria dell’amore reciproco esclusivo implica una cura delicata, un santo timore di profanare la libertà dell’altro, che ha la stessa dignità e pertanto gli stessi diritti». Perché chi ama, sa che «l’altro non può essere un mezzo per risolvere le proprie insoddisfazioni» e sa che il proprio vuoto non deve mai essere colmato «attraverso il dominio dell’altro». Al riguardo, la Nota deplora le «tante forme di desiderio malsano che sfociano in varie manifestazioni di violenza esplicita o sottile, di oppressione, di pressione psicologica, di controllo e infine di asfissia». Si tratta di «mancanza di rispetto e riverenza di fronte alla dignità dell’altro».
Il matrimonio non è possesso
Al contrario un «noi due» sano implica «la reciprocità di due libertà che non vengono mai violate, ma si scelgono a vicenda, lasciando sempre al sicuro un limite che non si può superare». Ciò accade quando «la persona non si disperde nella relazione, non si fonde con la persona amata», nel rispetto di ogni amore sano «che non intende mai assorbire l’altro». In proposito, la Nota sottolinea che la coppia potrà «comprendere e accettare» un momento di riflessione o qualche spazio di solitudine o di autonomia chiesto da uno dei due coniugi, in quanto «il matrimonio non è possesso», non è «pretesa di tranquillità assoluta», né liberazione totale dalla solitudine (solo Dio, infatti, può colmare il vuoto che un essere umano prova), bensì fiducia e capacità di affrontare nuove sfide. Al contempo, si invitano i coniugi a non rifiutarsi l’un l’altro, perché «quando la distanza diventa troppo frequente, il “noi due” si espone alla sua possibile eclissi». Un dialogo sincero consentirà, invece, di sanare le cause dell’allontanamento reciproco e di trovare il giusto equilibrio.
La preghiera per crescere nell’amore
L’appartenenza reciproca si esprime anche nell’aiuto vicendevole tra i coniugi per maturare come persone: in questo, la preghiera è «un mezzo prezioso» con il quale la coppia può santificarsi e crescere nell’amore. Così facendo, si realizza la carità coniugale, «potenza unitiva» «affettiva, fedele e totale», «dono divino» chiesto nella preghiera e nutrito nella vita sacramentale e che, proprio nel matrimonio, diventa «la più grande amicizia» tra due cuori vicini, «prossimi», che si amano e che si sentono «a casa» l’uno nell’altro.
Sessualità e fecondità
Grazie al potere trasfigurante della carità, sarà inoltre possibile intendere la sessualità «in corpo e anima», ossia non come un impulso o uno sfogo, bensì come «un regalo meraviglioso di Dio» che orienta alla donazione di sé stessi e al bene dell’altro, assunto nella totalità della sua persona. La carità coniugale si riversa pure nella fecondità, «anche se ciò non significa che questo debba essere lo scopo esplicito di ogni atto sessuale». Al contrario, il matrimonio conserva il suo carattere essenziale anche se è senza figli. Si ricorda la legittimità del rispetto dei tempi naturali di infertilità.
I social network e una nuova pedagogia
Tuttavia, «nel contesto dell’individualismo consumista postmoderno» che nega il fine unitivo della sessualità e del matrimonio, come si può preservare la possibilità di un amore fedele? La risposta, afferma il documento, si trova nell’educazione: «L’universo dei social network, dove il pudore svanisce e proliferano le violenze simboliche e sessuali, mostra l’urgenza di una nuova pedagogia».
Occorre dunque «preparare le generazioni ad accogliere l’esperienza amorosa come mistero antropologico», presentando l’amore non come mera pulsione, bensì come chiamata alla responsabilità, e «capacità di speranza di tutta la persona». L’educazione alla monogamia non è «arcaismo», né «costrizione morale», ma costituisce «un’iniziazione alla grandezza di un amore che trascende l’immediatezza» e anticipa in qualche modo «il mistero stesso di Dio».
«Antidoto» all’endogamia
La carità dell’unione coniugale si vede anche nelle coppie che non si chiudono nel proprio individualismo, ma si aprono a progetti condivisi per «fare qualcosa di bello per la comunità e per il mondo», in quanto «l’uomo realizza sé stesso ponendosi in relazione con gli altri e con Dio». Diversamente, è solo egoismo, autoreferenzialità, endogamia da contrastare, ad esempio, praticando «il senso sociale» della coppia che si impegna, insieme, nella ricerca del bene comune. Centrale, in tale ambito, è l’attenzione verso i poveri, i quali — come dice Leone XIV — sono «una questione familiare» del cristiano, non un mero «problema sociale».
L’amore coniugale promessa di infinito
In conclusione, la Nota ribadisce che «ogni matrimonio autentico è un’unità composta da due singoli, che richiede una relazione così intima e totalizzante da non poter essere condivisa con altri». Pertanto, tra le due proprietà essenziali del vincolo matrimoniale — unità e indissolubilità— è la prima a fondare la seconda: la fedeltà è possibile solo a partire da una comunione scelta e rinnovata. Solo così l’amore coniugale sarà una realtà dinamica, chiamata a una crescita e uno sviluppo continui nel tempo, in una «promessa d’infinito». (I. Piro)
Il 30 novembre
Dal momento che domenica è il 30 novembre, un piccolo richiamo va ad Etty Hillesum, giovane olandese di origine ebrea che proprio il 30 novembre del 1943 perse la vita ad Aushwitz. Spesso la citiamo, e durante il periodo Covid a Santo Stefano le fu dedicata anche una mostra. Colpì, ai tempi, la cartolina trovata sui binari del treno che è diventata famosa: “Abbiamo lasciato il campo cantando”. In Italia si è iniziato a conoscerla con la prima edizione antologica del suo diario, pubblicata nel 1985; un volume completo e più corposo è poi uscito nel 2012. Recentemente è uscita la biografia completa “Etty Hillesum il racconto della sua vita”, Adelphi.
Oggi un suo pensiero:
“Questi sono tempi tempestosi, mio Dio. Questa notte è stata la prima notte che sono rimasta con gli occhi sbarrati, insonne, nel buio, e così tante immagini di sofferenza umana mi passavano davanti. Ti prometterò una cosa, Dio, una piccolissima cosa soltanto: non appenderò al presente, come altrettanti pesi, le mie preoccupazioni per il futuro, anche se ciò richiede una certa disciplina. Ogni giorno porta già abbastanza da se stesso. Ti aiuterò, Dio, a non spezzarti in me, ma non posso garantirti nulla da ora in poi. Una cosa però mi si fa sempre più chiara: che tu non ci puoi aiutare, ma siamo noi che dobbiamo aiutare te”. (dN)
Avvisi
- Martedì 2 dicembre, alle ore 16,30 nella cappella dell’oratorio di Santo Stefano: primo incontro sulle grandi immagini di san Giovanni – “L’acqua”. Il secondo incontro sarà il 9 dicembre su “La vite e il vino” (si riprenderà poi in gennaio con “il pane e il pastore”)
- Lunedì 8 dicembre: orario festivo delle messe (è sospesa la messa delle ore 10 a Novegro)
La compagnia Arciallegri ha devoluto 550 € alla Caritas cittadina, frutto dello spettacolo dell’8 novembre: grazie!!!
