Penultima domenica dopo l’Epifania detta “della Divina Clemenza”
La neve e il silenzio
C’è la neve dei disagi sulle strade e c’è la neve da spalare davanti agli ingressi delle case. C’è la neve che imbianca le colline del Varesotto e crea preoccupazione quando ci si deve spostare tra salite e discese. C’è la neve dello sport che sta impegnando il nostro paese e gli atleti arrivati da tutto il mondo. C’è la neve naturale che ammiriamo sulle Grigne, sul Rosa o sulle Alpi oltre le montagne bergamasche e lecchesi. C’è la neve sparata per far funzionare gli impianti e l’economia magari prosciugando i bacini d’acqua. C’è la neve che bagna vestiti, piedi e guanti. C’è la neve dei bambini o di noi adulti che torniamo bambini tra un pupazzo e l’altro, tra una palla e l’altra.
E poi c’è la neve del silenzio. Nelle abitazioni delle mie precedenti parrocchie di Busto Arsizio e di Casciago si era un po’ distanti dalla strada e, quando arrivava una nevicata (non sempre seguivo le previsioni), aprendo le persiane, si avvertiva subito uno strano silenzio. La neve porta con sé il silenzio: arriva nella notte e te ne accorgi solo al mattino. E’ un silenzio particolare, perché quando la neve è abbondante assorbe i rumori abituali. Basta mettere i piedi sul manto bianco appena fuori casa o in un prato per sentirlo: il silenzio della neve.
La neve obbliga a fermarsi e dire, quasi come bambini, “che bello”, almeno per qualche minuto, per poi riprendere con i pensieri: “Chissà la tangenziale… chissà se i treni partono… chissà come saranno le strade”. Ma quell’attimo di bellezza e di silenzio non ce lo toglie nessuno. Forse perché la neve obbliga a stare dentro quel bianco che copre tutto, che silenzia persino i piccioni e gli altri uccelli. Ti costringe a rallentare e a ricordare quando, andando a scuola, la neve era una bella sorpresa mentre si immaginava le battaglie a palle di neve soprattutto contro le ragazze e contro gli amici.
Credo che la storia non ci riporti solo ai ricordi del passato perché l’effetto di una nevicata è identico anche nei bambini di oggi tra risate, scherzi e scivoloni (o “scarligate”).
Non abbiamo la neve qui a Segrate eppure essa diventa centrale nei Giochi Olimpici in corso che hanno messo in moto, mesi fa, cantieri e lavori realizzando il Villaggio olimpico, hanno prodotto l’aumento del costo dei biglietti mentre ora alimentano le aspettative delle medaglie.
Però direbbe la neve: “Senza di me non potreste fare nulla. Certo, mi avete prodotta con i cannoni – che almeno non sparano cattiverie o morte – ma io vengo dal cielo quando devo venire. Ringraziatemi che ci sono”. Ed è bello pensare che, se il Signore mi lava, sarò più bianco della neve: con quel maggiorare il bianco che non si riesce nemmeno a immaginare, ma che affascina pensarlo. “Ringraziatemi – direbbe ancora la neve – e quando mi vedrete cadere lasciatevi prendere dal silenzio, quello che solo io so donare”.
Prete semplicemente
Ero alle elementari quando decisi di fare il prete. Era una figura che mi attirava, soprattutto grazie all’esempio di un seminarista che, nel giro di pochi anni, sarebbe diventato sacerdote. Lo vedevo d’estate con la veste nera e quell’abito su di lui diventava simpatico, perché portato da un giovane. La veste talare l’aveva anche l’anziano parroco, a cui servivo la messa del mattino alle 7.30. Dalla seconda elementare facevo il chierichetto e con la cartella (sillabario, antologia con due quaderni e l’astuccio) andavo da solo alla messa a quell’ ora, percorrendo un tragitto simile a quello che, da via Cassanese 200, porta alla chiesa di santo Stefano. Avevo persino il tempo di ripassare la lezione prima di entrare a scuola che era a pochi metri dalla chiesa.
Erano altri tempi dove non si aveva la televisione, ci si alzava presto, si girava per strade senza pericoli e, l’andare alla messa o pensare di diventare prete, non era considerato un merito, ma semplicemente parte della vita di allora.
Così, a 11 anni, entrai in seminario “perché volevo fare il prete”. I miei genitori risposero soltanto, con la semplicità della gente di una volta, in dialetto brianzolo: “Se sei contenuto tu, va bene”, pur sapendo che, pur con l’aiuto del parroco, avrebbero dovuto pagare una retta. Con me, in tre sedi dislocate sul territorio della diocesi, a Masnago (Varese), a Seveso e ad Arcore, eravamo in molti: cinque sezioni da circa venti ragazzi. Si lasciava la propria casa e si viveva “come in collegio”, una parola che allora suonava quasi minacciosa perché, si diceva ai bambini un po’ discoli: “Guarda che se non la finisci, ti metto in collegio”.
Quando racconto questo mio inizio, vedo la gente sgranare gli occhi immaginando questi bambini “strani” che, nel loro piccolo, però lasciavano la casa per un motivo così particolare. A undici anni! La vita era un po’ spartana, si dormiva in cameroni, certo, e tutto era scandito dalla campanella, tra scuola, gioco e preghiera. Eppure ricordo un clima di spensieratezza. Iniziò così il mio percorso seminaristico che poi proseguì, tra passaggi di vita e di consapevolezza, fino ad arrivare all’ordinazione sacerdotale.
La figura del prete oggi finisce spesso sulle pagine di cronaca, talvolta per l’abbandono del sacerdozio, altre volte per vicende affettive o per scandali. A molti questa figura oggi lascia indifferenti, mentre ad altri queste storie colpiscono e fanno discutere. Nel mondo del cinema o dei romanzi poi, la sua figura è spesso rappresentata “bacchettona” o “viscida”, rappresentante di una Chiesa chiusa e intrallazzata. Avevo invece scelto di entrare in seminario per tutt’altri motivi, per cui resto ferito da queste rappresentazioni. Mi dispiace quando la figura del prete viene trascinata nei salotti televisivi o sui social.
Mi sono messo a servizio del Signore perché Lui merita e a servizio della Chiesa perché ha sempre avuto un suono bello e familiare. Non si sceglie Lui ad ore né si serve la Chiesa lavorando a cottimo o accettandola solo quando tutto gira come si vorrebbe. So che Lui mi trasforma, e mi ha trasformato man mano che lo rendevo presente nel pane o nel perdono. Riconosco anche che il contatto con tante belle persone incontrate nella Chiesa mi ha arricchito. Certo, se il Signore non c’è o se la Chiesa è percepita solo come un peso, rogne e zavorra, come si fa a fare il prete?
Seguire Lui è mettersi a disposizione perché si contribuisca a liberare dal male, perché ci sia salvezza. Amare la Chiesa, fatta di persone con cui ci si incrocia, mi porta a dare così il mio contributo perché, se bagnato dallo Spirito Santo, ne favorisca la bellezza. Sappiamo ciò che diceva san Paolo ai mariti ma è ancora più bello quello che aggiungeva poi: “Mariti, amate le vostre mogli, come anche Cristo ha amato la Chiesa e ha dato sé stesso per lei, per santificarla, dopo averla purificata lavandola con l’acqua della Parola, per farla comparire davanti a sé gloriosa, senza macchia, senza ruga o altri simili difetti, ma santa e irreprensibile”.
Seguo il Signore in questa stagione della mia vita sacerdotale, nel quarantacinquesimo anno, e seguo questa Chiesa con caratteristiche molto diverse da quando la incontrai da bambino. Eppure è sempre la sposa che ho scelto di amare, quella che mi ha permesso di incontrare persone, volti, storie. Così, nel mio piccolo, cerco di renderla bella, senza macchia né ruga.
Don Norberto
Avvisi
Mercoledì 11 febbraio giornata del malato
- Ore 15 a Santo Stefano: rosario e messa nella festa dell’apparizione di Maria a Lourdes
- Ore 18.30 a Santo Stefano: rosario per la pace
- Ore 21 a Milano Due: “L’esistenza al limite: condanna o promessa” con don Vincent Nagle
Sabato 14 febbraio
- Ore 9.30 al Villaggio Ambrosiano: incontro sulla ministerialità
- Ore 16 a Lavanderie: incontro giovani coppie
Domenica 15 febbraio
- Ore 14.30 a Santo Stefano: Prima Confessione (secondo gruppo)
- Ore 19 a Santo Stefano: incontro gruppo 35-50
Un occhio avanti
- Lunedì 23 febbraio: visita al Binario 21 (vedi locandina)
- Venerdì 27 febbraio, alle ore 20.45: Via crucis cittadina da San Vittore (Rovagnasco) alla chiesa del Villaggio Ambrosiano
- 2-3-4 marzo, alle ore 20.45 a San Felice: esercizi spirituali guidati da don Luca Castiglioni
- Sabato 14 marzo a Santo Stefano: incontro su “Affido, di cosa si tratta?”.
