8 marzo 2026

Terza domenica di Quaresima: da Abramo


I tre giorni di esercizi spirituali, vissuti la scorsa settimana nella chiesa di San Felice da una quarantina di persone, hanno offerto l’occasione di conoscere meglio l’antica preghiera “Anima Christi”, composta da un anonimo medioevale e riproposta nel ‘500 da sant’Ignazio di Loyola, fino a diventare parte della spiritualità cristiana. Riscoprire la ricchezza di questo antico tesoro è particolarmente utile nel contesto attuale, segnato da “afasia” religiosa. La rarefazione del dialogo con Dio dipende anche dal fatto che non si sa precisamente “che cosa dire” quando lo si prega: la ripresa di questo testo (insieme ad  altre preghiere) può rivelarsi una risorsa preziosa. Ecco i sintetici pensieri offerti da don Luca (lo ringraziamo per la chiarezza e l’incisività) che condividiamo con tutti.

Anima di Cristo, santificami

Gesù non è più incontrabile dal punto di vista sensoriale. L’orante, allora, punta diritto all’interiorità più originale della sua persona: anima di Cristo. Si mette immediatamente “cuore a cuore” con lui. Avendo assunto un’umanità come la nostra, Gesù Cristo aveva un’anima umana. In Gesù «abita corporalmente la pienezza della divinità», quindi il credente sembra proprio orientato a chiedere la partecipazione a tale pienezza, a questa divina santità. L’orante chiede a Dio di essere reso simile a lui.
Una volta si entrava in contatto con la santità di Dio nel pellegrinaggio al tempio di Gerusalemme. Da un simile incontro si usciva diversi, rinnovati, grondanti di vita e di santità. Anche il concetto ebraico di santità come kabod, cioè “peso”, è di aiuto: il credente riceve il dono desiderato, cioè una vita ricca di senso, solida, bella.

Corpo di Cristo, salvami

Ci si rivolge al corpo crocifisso o al corpo eucaristico? Questa sovrapposizione nella preghiera è possibile grazie alla dinamica sacramentale.
Al corpo di Cristo l’orante chiede salvezza: ma che cos’è la salvezza? In negativo, essa è sottrazione a tutto ciò che insidia la vita. In positivo, la salvezza è riscatto, legame divino, pienezza e armonia. Ma come si fa a chiedere il dono della salvezza a un morente? La croce apparentemente è sconfitta; eppure, gli occhi della fede sanno coglierla quale evento vittorioso: Gesù è in grado di offrire salvezza proprio perché ha evitato di imboccare la strada dell’auto-salvezza, affidandosi al Padre.

Sangue di Cristo, inebriami

L’orante è davanti alla scena della crocifissione con l’elemento del sangue che, nei racconti evangelici, è richiamato con sobrietà. Dal sangue di Cristo l’orante chiede di essere inebriato. Questo inebriamento va compreso in senso simbolico-sacramentale. Chiede di immergersi in una esperienza d’amore, un modo di vivere la comunione eucaristica che gli doni a livello spirituale quel calore che, a livello fisico e psicologico, si prova vivendo l’intimità amorosa e anche la gioia dell’amicizia.
Dunque l’inebriarsi del sangue di Gesù presenta un’esperienza emozionale e affettiva intensa che si traduce nel vivere la medesima donazione di Cristo, senza escludere il martirio.

Acqua del costato di Cristo, lavami

Continua la contemplazione della scena della crocifissione, con l’attenzione rivolta al dettaglio dell’acqua che fluisce dal fianco squarciato di Cristo. La morte di Gesù è intesa dunque come fonte di perenne vitalità, il che costituisce un poderoso richiamo all’efficacia del sacramento del Battesimo e alla Penitenza. Da questa singolarissima sorgente il credente implora di essere lavato: l’acqua segna così la fine dell’uomo vecchio, dominato dal peccato, mediante il valore della purificazione e inaugura l’uomo nuovo, mediante il valore dell’immersione (baptizo) e della rinascita battesimale.

Passione di Cristo, confortami

Si nomina per la prima voltala Passione del Signore, quasi il riassuntivo degli elementi precedentemente ricordati. Lo si intuisce già da un punto di vista antropologico: dinanzi alla sofferenza altrui, sorprende che siano le persone stesse che soffrono a scoprire in se stesse energie inedite. Dal punto di vista teologico si parla non di intollerabile patimento umano ma allo sconvolgente patimento di un Dio, incomprensibile allo sguardo umano.
Il conforto richiesto alla Passione di Cristo può avere diverse interpretazioni. La prima è esemplare, nel senso che indica Gesù quale modello di sopportazione: ha sofferto lui, posso patire qualcosa anch’io. In secondo luogo quando il credente chiede il conforto della passione di Cristo altro non chiede che di vivere la Passione come lui, da figlio obbediente che si fida del Padre sempre e comunque.

O buon Gesù, esaudiscimi

Ora vi è un cambio di tonalità. L’attenzione dell’orante si sposta a Gesù stesso, interpellato con il suo nome. Il credente, infatti, è profondamente toccato dalla bontà di Gesù per cui sente di poter chiedere, con estrema familiarità, di essere esaudito.
Dal punto di vista retorico, l’invocazione potrebbe raccogliere le petizioni precedentemente espresse, di cui implora l’esaudimento o anche introdurre le petizioni seguenti. Tuttavia l’orante fa direttamente appello alla bontà di Gesù, quasi disinteressandosi della “cosa” di cui hai bisogno e “buttandosi” completamente nelle braccia di colui che è riconosciuto capace di provvedere al suo bene.

Nelle tue piaghe, nascondimi

Contemplare le ferite di Gesù significa farsi raggiungere dall’amore senza misura di Cristo. L’orante chiede di essere nascosto intra, cioè dentro, internamente alle ferite di Cristo anzitutto perché solo dal di dentro può essere intuito il suo mistero d’amore, In secondo luogo, l’orante chiede di essere nascosto nelle ferite di Cristo perché la conoscenza di un simile amore fa scaturire una precisa scelta: «vivere nascosti con Cristo in Dio»
Occorre annotare anche il fatto che la lotta spirituale che il credente peccatore vive, lo può travolgere in penosi corpo a corpo con l’avversario, con le proprie inclinazioni al male. Egli necessita, pertanto, di un luogo di riparo in cui si senta protetto.

Non permettere che io mi separi da te

Come tutte le intimità, anche quella col Signore è esposta al rischio di finire: ogni abbraccio reca in sé la possibilità di essere l’ultimo. L’orante chiede che questa beata condizione perduri per sempre.
L’ambivalenza: non permettere che io mi separi da te o non permettere che io venga separato da te. Nel primo caso, il soggetto chiede di non diventare causa della sua stessa separazione. Nel secondo caso, l’orante chiede che non sopraggiunga un soggetto terzo a separarlo da quest’ultimo. Nomina, l’iniziativa del diavolo, colui che vuole separare da Dio. Chiede che gli siano risparmiate situazioni o esperienze che lo possono strappare a questo amore.

Dal nemico maligno difendimi

Si tratta appunto della presenza e dell’azione minacciose di un nemico maligno, dal quale possiamo solo chiedere di essere difesi e liberati.
Questa presenza minacciosa del nemico è certa in ogni esperienza spirituale autentica, in primis quella di Gesù. Quando Dio ci mette alla prova, è per vedere che cosa abbiamo nel cuore. Il momento della prova è estremamente delicato, perché in tale occasione si affaccia anche l’iniziativa del nemico. Dio si aspetta che il suo eletto viva la fedeltà a lui, mentre il diavolo si presenta con sollecitazioni in senso contrario.

Nell’ora della mia morte chiamami

Si chiede ora di vivere il momento della morte non subendo l’influsso dell’avversario, ma ascoltando la voce di Cristo che lo chiama alla vita eterna. Certo, rimane per tutti la paura avvinandosi la morte.
Risulta allora significativo il riferimento alla voce di Dio e al suo appello: chiamami, che può essere inteso e precisato nel senso di “chiama il mio nome”. Tale forza della parola è resa ancor più suggestiva dal parallelo implicito con la Parola di Dio pronunciata sull’abisso del nulla. Analogamente, l’invocata voce di Cristo risorto chiama l’uomo alla vita eterna, strappandolo dalla temibile voragine del nulla. L’orante non sta semplicemente chiedendo la consolazione di una persona amica che mitighi la paura nel momento supremo del trapasso. Sta invocando, con tutto se stesso, un atto potente e creatore da parte di Dio: strappami dal potere della morte, convocami alla vita eterna, chiamami a esistere per sempre, pronuncia il mio nome così che io esista.

E comandami di venire a te

Quanto appena chiesto trova approfondimento e precisazione ultima petizione. L’orante, che desidera essere chiamato (per nome) alla vita, desidera ricevere dal Signore l’esplicito comando di raggiungerlo, di venire a lui al termine del buio corridoio poc’anzi evocato. L’intera vicenda discepolare va compresa come un cammino dietro al Signore, il quale chiama a seguirlo sia in vita che in morte.
Ecco l’obiettivo e il valore di quest’ultima petizione: esprimere che l’atto supremo della vita sarà ancora una volta quello di camminare dietro a Cristo, compiendo anche l’ultimo viaggio, l’estremo cammino, passaggio, transito verso la meta finale, che è Dio stesso, da discepolo.

a lodarti con i tuoi santi nei secoli dei secoli. Amen

Scopo della chiamata presso Dio è l’immissione in una coralità in festa: i santi del Paradiso. Questo finale scagiona del tutto la preghiera dell’AC da una possibile accusa di intimismo privatistico. La seconda ragione per cui questo finale è importante è che permette di vedere l’azione di AC sia sul versante attuale, sia su quello futuro. AC è la preghiera che l’orante innalza a Cristo adesso, in forma sia personale e liturgica, ed è anche anticipo di futuro, perché prelude alla comunione dei Santi, che troverà piena realizzazione nella Pasqua finale.

Don Luca Castiglioni


Avvisi

  • Mercoledì 11 marzo, ore 21 a Milano Due: Incontro “Credere? Parliamone!”
  • Venerdì 13 marzo, ore 21 a Santo Stefano:  davanti alla croce con le parole del cardinale Martini sulla “preghiera di intercessione”, nella giornata di digiuno e di preghiera per la pace.