Terza domenica dopo Pentecoste
Andare a Barcellona
Mi spiace non essere mai andato a Barcellona e non aver mai potuto visitare la Sagrada Familia. Chi l’ha vista racconta con entusiasmo il senso di meraviglia che suscita, la bellezza che porta la firma del venerabile Gaudì e il fascino del lavoro dello scultore giapponese Etsurō Sotoo che, “convertito” proprio grazie a questa opera, ora prosegue nel suo lavoro artistico. La presenza in questi giorni del Papa con la benedizione della Torre di Gesù – la guglia più alta – mi obbliga… a fare un fioretto: entro il prossimo anno andare a vederla e a pregare lì. Magari vedremo di organizzare un pellegrinaggio per concretizzare questo desiderio. Prendo così lo spunto – visto che in questo periodo le iniziative parrocchiali sono poche, a parte l’oratorio estivo – per ascoltare le parole di Leone XIV
«O Signore, Signore nostro, quanto è mirabile il tuo nome su tutta la terra». Con la lode di questo Salmo, così pieno di gioia e stupore, saluto tutti voi, carissimi fratelli e sorelle. Oggi, infatti, la Basilica della Sacra Famiglia ci accoglie, aprendo le sue porte come braccia spalancate per invitare ciascuno a questo altare, all’ascolto della parola di Dio, che ci costituisce famiglia amata dal Signore, nutrita dalla sua stessa vita nell’Eucaristia. È così che Barcellona, la ciutat comtal, e tutta la Catalogna si radunano in questo tempio, segno di unità e di concordia, e alzano lo sguardo per incontrare il volto di Dio Padre, raggiante nel suo Figlio fatto uomo, Gesù Cristo.
Mentre rendiamo grazie al Signore per la sua carità verso di noi, lo lodiamo per quel che opera nella nostra vita. Lo ringraziamo in particolare per questa straordinaria Basilica, che Papa Benedetto XVI ha dedicato nel 2010, ricordando che è segno visibile del Dio invisibile, per la cui gloria svettano le sue torri. In continuità con la preghiera del mio Predecessore, tra poco benedirò la torre più alta, quella di Gesù Cristo.
Questa chiesa è un unico edificio, composto di molte pietre. Una casa che cresce con costanza negli anni, secondo un identico progetto. Noi tutti siamo le pietre vive di quest’opera, che ha Cristo per fondamento e culmine, inizio e fine. Molto più di un monumento, la Basilica della Sacra Famiglia è ancora oggi un cantiere, che ci ricorda come la vita cristiana sia sempre un cammino, perché si tratta di un progetto, che Dio porta a compimento.
Non abitiamo dunque un’opera incompiuta, ma un tempio ancora in costruzione. La sua imperfezione non è un difetto, perché attesta un desiderio; non significa una mancanza, ma esprime una promessa, che vogliamo onorare con coerenza. La nostra gratitudine diventa allora impegno, mentre cooperiamo al progetto di Dio, cioè alla costruzione cui Egli stesso ci chiama. Poiché siamo tempio dello Spirito Santo, quest’opera coincide con la nostra vita, che Dio pensa come un capolavoro da realizzare insieme.
In proposito, custodiamo nel cuore la parola rivolta dal Signore al re Davide: «Forse tu mi costruirai una casa, perché io vi abiti?». Al contrario, «il Signore ti annuncia che farà a te una casa». Con quest’annuncio, la Scrittura ci insegna che non siamo noi a dare un posto a Dio, come se fosse l’elemento di una serie o la parte di un tutto più grande di Lui. È invece Dio che dà posto a noi, e il posto che ci dona è il suo cuore: il posto del Figlio, per noi che eravamo estranei; il posto dell’Amato, per noi che siamo peccatori.
Questa sua volontà si compie mediante Gesù: possiamo allora cogliere il senso di quel che abbiamo ascoltato nel Vangelo, quando il Signore dice ai farisei: «Se non crederete che Io Sono, morirete nei vostri peccati». Parole forti, che non sono affatto minacce, né un ricatto. Sono un invito di salvezza, cioè un appello alla libertà da parte di Cristo, che vuole per noi il bene definitivo, eterno. Davanti alla minaccia del male, il Signore è sempre con noi, sempre per noi. “Io Sono”: questo è il Nome santissimo che Dio consegnò a Mosè dal roveto ardente, rivelando la propria indistruttibile fedeltà. Fatto uomo, Egli diventa per noi l’Emmanuele, sorgente di grazia e di perdono, di salvezza e di vita nuova.
Carissimi, non possiamo credere in Gesù e fare guerra. Non possiamo credere in Gesù e uccidere l’innocente. Non possiamo credere in Gesù e abbandonare chi soffre, chi piange, chi fugge dalla miseria.
Questa sera ricordiamo dunque che la Croce di Cristo, posta in cima a questa Basilica, è la Croce degli ultimi che diventano primi, dei peccatori che diventano santi, dei morti che risorgeranno. Tutte e tre le facciate della Sacra Famiglia lo attestano: il Primo si fa ultimo per noi nella Natività; col suo Sacrificio ci redime mediante la Passione; la sua morte ci dona vita eterna facendoci partecipi della gloria divina. Ammirando la torre di Gesù Cristo, alziamo a Lui lo sguardo, a Lui che solo ci svela la verità di Dio e la verità di noi stessi. Guardando a Cristo possiamo vedere il mondo con occhi rinnovati: la torre della Croce diventa allora vessillo di carità, perché Dio ci ama così, trasformando uno strumento di morte in segno di speranza. Nella Croce di Gesù la nostra fede raggiunge il vertice, come professa l’iscrizione che è posta alla base della guglia: “Tu solus Sanctus, Tu solus Dominus, tu solus Altissimus”. Questa Croce brilla di giorno, riflettendo la luce del sole, e brilla di notte, illuminando la città come faro aperto sul Mediterraneo.
Sì, la luce di Cristo brilla nelle tenebre, anche se le tenebre non l’hanno accolta. Questo rifiuto non fa però venir meno l’amore di Dio: «Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo», dice il Signore, «allora conoscerete che Io Sono e che nulla faccio da me stesso, ma parlo come il Padre mi ha insegnato». Occorre passare attraverso la passione del Crocifisso, per essere illuminati dalla gloria del Risorto: da sempre, infatti, il Padre insegna a dare la vita e il Figlio, che la riceve da Lui, a tutti la dona con potenza di Spirito Santo. Ecco perché proprio la Croce è il segno luminoso del suo amore. La fede dà forma alle pietre e senso all’edificio che stiamo abitando insieme.
Nella nostra preghiera scopriamo perciò l’originario legame delle cose con Dio, creatore del cielo e della terra: Egli è l’artista che ha impresso il suo splendore nel cosmo. Creato a sua immagine, l’uomo corrisponde all’opera di Dio col proprio ingegno: è così che l’artista fa del talento una lode e della creatività la testimonianza del Creatore stesso.
Come architetto ardente di fede, il venerabile Antoni Gaudì pensò questi spazi volendo raccontare i misteri della vita del Signore: in tal modo ci ha proposto un pellegrinaggio spirituale, che porta all’incontro con Cristo nato, morto e risorto per noi. Insieme a Gaudì, commemorando il centenario della sua morte, ricordiamo e ringraziamo questa sera tutti i promotori e i benefattori, gli artisti e le maestranze che cooperano a edificare un capolavoro architettonico che è anche un eloquente catechesi fatta di pietre, di colori e di luce. Nella sua saggezza, la Chiesa rinnova così la Biblia pauperum delle antiche cattedrali, che sono in sé stesse ricchissimi messaggi di evangelizzazione. In questo tempio d’immagini appare ancor più evidente come l’arte e la bellezza siano eminenti canali di evangelizzazione.
Cari fratelli e sorelle, la bellezza di questo tempio ci sproni ad imparare sempre più dal nostro Maestro e Signore l’arte di vivere secondo il suo Vangelo. Mentre alziamo lo sguardo a Lui, il Crocifisso Risorto, impegniamoci a sollevare il viso di chi è nella polvere. E dimostriamo così che la Sacra Famiglia è la chiesa più alta del mondo non per primeggiare in classifiche mondane, ma per guidare i passi del popolo di Dio pellegrino in questa terra di Catalogna, con la croce che illumina il cammino, come lampada accesa nell’attesa del ritorno dello Sposo. Dio sia benedetto!
Lettera ai preti di San Felice
Cara comunità dei Santi Carlo e Anna, oggi vogliamo prenderci un momento speciale per dire un grande e sincero “Grazie” ai sacerdoti che hanno guidato, accompagnato e amato la nostra parrocchia in questi 50 anni. 50 anni di fede, 50 anni di cammino insieme, 50 anni di amicizie.
Rivolgiamo il nostro pensiero e la nostra gratitudine a voi sacerdoti (ndr.11 sacerdoti presenti l’8 giugno). Ciascuno di voi, con il proprio carisma, la propria sensibilità e la propria instancabile dedizione, ha lasciato un’impronta indelebile nel cuore di questa comunità. Grazie per aver spezzato il Pane per noi, per averci ascoltato nei momenti di difficoltà, per aver gioito con noi nelle feste e per averci insegnato a camminare insieme sulle vie del Vangelo.
La vostra presenza è stata una guida illuminata, un esempio di fede viva e una testimonianza concreta di amore evangelico. Attraverso il vostro ministero, la nostra parrocchia è cresciuta nella comunione e nella carità. Attraverso il vostro servizio sacerdotale, siete stati molto più che guide spirituali: siete stati padri, fratelli, amici e compagni di viaggio. Avete celebrato i sacramenti ci siete stati accanto nei momenti di gioia e di dolore, e avete teso la mano a chiunque cercasse conforto, rendendo la nostra parrocchia una vera casa tra le case. Grazie per la vostra preghiera costante, faro luminoso anche nei momenti più difficili.
Celebrare cinquant’anni di questa chiesa non significa solo ricordare la dedicazione di un edificio di mattoni, ma fare memoria di tutte le “pietre vive” che l’hanno costruita giorno dopo giorno. Grazie a ciascuno di voi perché, chi prima e chi dopo, ci avete ascoltato, consolato e benedetto.
Grati al Signore per il dono della vostra dedizione e del tempo condiviso, vi assicuriamo il nostro costante ricordo nell’amicizia e nella preghiera, invocando su di voi e sul vostro cammino pastorale la protezione dei nostri patroni, i santi Carlo e Anna. Ricordiamo don Enrico e don Giampiero, che sono già tornati alla Casa del Padre. Li ricordiamo con profonda commozione ed eterna gratitudine. Loro, che per anni hanno celebrato il mistero eucaristico su questo stesso altare, ora celebrano la liturgia eterna del Cielo. Il bene che hanno seminato tra le mura della nostra parrocchia continua a fiorire nei nostri cuori. Siamo certi che, dal banchetto celeste, don Enrico e don Giampiero continuano a guardare, proteggere e pregare per la loro amata comunità dei Santi Carlo e Anna.
Un grande grazie ai nostri sacerdoti di oggi: don Norberto, don Mauro e don Felice che sicuramente godono dell’eredità trovata ma sempre tanto devono stimolarci per crescere nella carità verso gli altri e nell’unità tra di noi. Buon anniversario a noi comunità dei Santi Carlo e Anna e voi tutti carissimi sacerdoti sappiate che il vostro servizio sacerdotale è stato un dono prezioso. Anche se le strade della missione vi hanno portato altrove, la parrocchia dei Santi Carlo e Anna sarà sempre un po’ la vostra casa perché qui ancora si parla spesso di voi!
Maria Teresa
Avvisi
- Sabato 20 giugno: giornata di spiritualità a Villa Cagnola (Gazzada)
In prospettiva
- Martedì 8 settembre: giornata a Mantova (sei posti liberi) nell’ambito della festa di san Rocco
- 6-8 ottobre: pellegrinaggio a Fatima; iniziare a prendere visione del programma (bacheca in chiesa)
