Lettura Nuovo Testamento – 06

“APOLOGIA DELLE DOMANDE”

Cari tutti,
siamo giunti al capitolo 5 del Vangelo di Marco.
L’evangelista ci dice fin da subito che il suo è un “vangelo”, che in greco vale “lieto annuncio”, “buona notizia”. E questa buona notizia è una persona: Gesù, che è “Cristo e Figlio di Dio” (1,1).
Che cosa significa – si chiede il lettore attento – che questo Gesù è Cristo e Figlio di Dio? Se vuoi saperlo – risponde Marco – vieni con me, segui il mio racconto. Ho scritto queste pagine proprio perché tu, lettore o ascoltatore del mio vangelo, ti renda conto del perché Gesù è anche per te una buona notizia, e in che senso è il Cristo e il Figlio di Dio.
Non a caso tutto il racconto di Marco è strutturato da questo orientamento. Proprio a metà del vangelo troveremo un personaggio importante, Pietro, che esclama: “Tu sei il Cristo” (8,29). Perché Pietro dice così? come è maturata in lui questa consapevolezza, che gli altri discepoli ancora non hanno guadagnato? Il lettore lo sa, perché ha vissuto con Pietro il suo cammino dietro al Maestro: evidentemente, in ciò che Gesù ha detto e fatto, Pietro ha trovato una luce che l’ha acceso a queste entusiastica professione di fede ed amore.
Verso la fine del racconto, un altro personaggio esclama qualcosa di molto impegnativo a riguardo di Gesù: “Veramente quest’uomo era Figlio di Dio” (15,39). Siamo nei pressi della croce, dove Gesù è stato torturato a morte. Al vederlo “spirare in quel modo”, di fronte a una morte così apertamente consegnata alle mani di Dio (Gesù agonizzante non ha smesso di chiamare il Padre suo), il centurione che veglia sull’esecuzione dei condannati del Golgota si scioglie in quella affermazione. E così Marco dice: Gesù è Figlio di Dio nel senso che, come Dio, si dona tutto e fino in fondo. Non c’è altro modo, dice Marco, in cui Gesù abbia inteso la sua figliolanza divina.
E questo, naturalmente, spalanca porte di Vita anche varcando le soglie della morte.
Dai primi capitoli raccogliamo un tratto che già comincia ad emergere come caratteristico di Gesù: è un uomo che pone domande (nei vangeli, più di 200), e le suscita in chi lo incontra.
Ad esempio, nella sinagoga di Cafarnao, di fronte alla sua predicazione e a un esorcismo impressionante, “tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: Che è mai questo? Una dottrina nuova insegnata con autorità” (1,27).
Oppure, di fronte al fatto che Gesù ha annunciato al paralitico il perdono dei peccati, alcuni scribi di Cafarnao “pensavano in cuor loro: Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può perdonare i peccati, se non Dio solo?” (2,6-7).
E, per liberare alcuni scribi e farisei induriti dalla loro reticenza, Gesù pone sempre in sinagoga un uomo dalla mano inaridita in mezzo a tutti, perché tutti lo vedano, e poi li interroga: “È lecito in giorno di sabato fare il bene o il male, salvare una vita o toglierla?” (3,4). E poi lo guarisce.
I rabbini medievali dicevano: “Dio ha creato il punto di domanda e l’ha posto nel cuore dell’uomo”. La domanda è lo spazio dell’incontro, del dialogo, del confronto. Le domande aprono lo spazio per il cammino, per la ricerca personale; le domande sincere permettono di respirare, di far circolare vita e sapienza.
Sempre la tradizione rabbinica dice che ci si avvicina a Dio più con le domande che non con le risposte, perché la domanda ha una forza che spesso la risposta non ha già più.
Non ci sorprendiamo che, alle volte, nella letteratura l’inferno sia anzitutto il luogo dove non si possono porre domande. Harry Potter, nella casa degli insopportabili zii, vive stipato in un sottoscala e ha il divieto assoluto di far domande a qualunque riguardo: un’immagine dell’inferno – un ambiente chiuso, dove non c’è spazio per crescere e per cercare.
Primo Levi, in un passaggio di Se questo è un uomo, ricorda i primi momenti dopo l’arrivo al Lager.
Spinto dalla sete ho adocchiato, fuori di una finestra, un bel ghiacciolo a portata di mano. Ho aperto la finestra, ho staccato il ghiacciolo, ma subito si è fatto avanti uno grande e grosso che si aggirava là fuori, e me lo ha strappato brutalmente. – Warum? – gli ho chiesto nel mio povero tedesco. – Hier ist kein Warum – (qui non c’è perché), mi ha risposto, ricacciandomi dentro con uno spintone.
Non hai da chiedere perché ti strappo il ghiacciolo, non hai da chiedere perché ti impedisco di succhiar vita: non puoi chiedere, questo è il luogo dell’assurdo, dove non c’è spazio per le domande.
Poco prima aveva scritto:
Ed altro ancora abbiamo imparato, più o meno rapidamente, a seconda del carattere di ciascuno; a rispondere “Jawohl”, a non fare mai domande, a fingere sempre di avere capito […] E fino a quando? Ma gli anziani ridono a questa domanda: a questa domanda si riconoscono i nuovi arrivati. Ridono e non rispondono.
Gesù fa volentieri domande e le ascolta con gioia. Evidentemente questa è per lui una via, un suo modo tipico di aiutare le persone a trovare il loro sentiero nella vita, a ragionare sulle cose, a scendere in profondità. A imparare.
Se le domande sono così importanti, possiamo permetterci il rischio di porcene una proprio in merito alla qualità delle nostre domande.
C’è forse qualche domanda che sto respingendo? Quale interrogativo sorge dal fondo di me, e sono impegnato a ricacciare negli scantinati di me stesso? Quale punto di domanda non sto ascoltando?
Sono contento della mia vita? Sono arrabbiato? Chi sto diventando? Per che cosa voglio dire grazie? In che cosa mi sento benedetto?
E dato che la domanda è un sentiero aperto da percorrere, implica la fatica di doverci camminare. Siamo tutti impegnati a resistere alla tentazione di chiuderle troppo in fretta, azzardando risposte frettolose solo per non sentirne il peso. Al giovane Franz Kappus, che freme perché sente di non aver risposte già precise alla sua sete di futuro, il grande Rilke scriveva:
Voi siete così giovane, così al di qua di ogni inizio, e io vi vorrei pregare quanto posso, amico mio, di aver pazienza verso quanto non è ancora risolto nel vostro cuore, e di tentare di aver care le domande stesse, come stanze serrate e come libri scritti in una lingua straniera. Non cercate ora risposte che non possono venirvi date perché non le potreste vivere. Ed è questo il fatto: bisogna vivere tutto. Vivete ora le domande. Forse così, a poco a poco, senza accorgervene, vi insinuate a vivere un giorno le risposte.
don Paolo Alliata