Carlo Maria, un padre

Quando si diffuse la notizia della morte del Cardinal Martini, il 31 agosto del 2012, io e don Stefano Guarinelli stavamo iniziando la messa nella chiesetta di Borca a Macugnaga, insieme ad un gruppo di famiglie con i loro figli. Sapevo, sapevamo, della malattia del Cardinale che progressivamente faticava nei movimento e nel parlare, eppure il momento della morte mosse la commozione che mi bloccò più volte nella celebrazione di quel sabato sera.
Era il Vescovo della mia ordinazione sacerdotale nel 1980 ed era anche il Vescovo a cui confidai la mia crisi sacerdotale nel 1988, dicendogli: ”Come faccio a fare il prete se mi viene nausea a leggere e a predicare la Parola di Dio?”. Quella volta il Cardinale mi ascoltò (la grandezza di sapere ascoltare) e mi tranquillizzò (la sua capacità di discernimento), accogliendo la crisi e indicandomi un gesuita da cui presentarmi per una …terapia spirituale. Era il Vescovo che, poco prima di diventare parroco a Casciago, incontrai nel settembre 2008 a Gallarate. Parlai con lui per circa un’ora, con la pausa per un dolce e del succo offertomi direttamente da lui nel cucinino della sua abitazione. Chiesi poi di essere confessato e in quel momento raccontai tutti i doni abbondanti ricevuti in quegli ultimi anni: “la confessio laudis” soprattutto e poi l’assoluzione per il male, i ritardi, il peccato: sacramento che ricordo bene. Tutto si concluse con un abbraccio datomi da quel vecchio uomo di Dio che sapevo non avrei incontrato più sulla terra e in simili circostanze.
“Da Vescovo a padre spirituale” è quello che ritengo sia accaduto in me negli anni della sua presenza a Milano, per le volte in cui parlai personalmente e per quelle volte in cui si era a tavola con altri preti. In queste ultime circostanze mi permettevo di chiedere: “Eminenza però non parliamo di cose di chiesa…. a proposito che libro ha letto ultimamente, dove ha viaggiato o che film ha visto?”. Sui film mi accennò una volta il titolo con l’aggiunta: “Non mi è piaciuto”. Con i libri mi disse un’altra volta: “E’ appena uscito il Diario di Etty Hillesum”, spiegandomi di chi si trattasse. Risposi: “Ma a dire il vero, un amico prete me lo ha appena regalato ma il diario sta sul comodino praticamente alla stessa pagina…”. Fu così che lo divorai in tre giorni, tanto da darmi la possibilità di trovare, in quella donna uccisa nel campo di sterminio, una amica che poi ho contributo a far conoscere ad altri.
Anche da questo passava il suo essere padre spirituale (certo poi c’erano i suoi scritti…) per un prete come me che era partito da giovane con una certa preparazione e che si trovava a rivedere la propria vocazione in un mondo che stava cambiando, di cui Martini già ne intuiva i movimenti.
Da tempo, nel mio studio, ci sono due immagini in cui viene ritratto (regali di quel sacerdote amico di cui dicevo all’inizio). Nella prima fotografia, in bianco e nero, si vede Martini con la mano sulla fronte per difendersi probabilmente dalla luce e che però è diventata emblema di uno che guarda avanti, che intravede la sponda. La seconda fotografia, più grande, vede lui ormai segnato dalla malattia che tiene in braccio un bambino, quasi come il vecchio Simeone che pregava dicendo: “Ora lascia che il tuo servo vada in pace perché i miei occhi hanno visto…”. Quell’osservare il bambino con occhi teneri, ha un valore simbolico notevole.

Le volte poi che vado in Curia, c’è la sosta obbligata alla sua tomba per un rosario, una candela, il ricordo di amici. Si sta lì ringraziando il buon Dio davanti alla lastra di marmo che riporta quella frase del salmo, sintesi di una vita di studioso e di pastore: “La tua Parola è luce alla mia strada”. E anche ora come quella volta, mentre scrivo queste righe, mi viene un po’ il “magone” con quella commozione ricca di ricordi e di vita.
Carlo Maria, ci troviamo a messa il 31 agosto ma anche in ogni liturgia domenicale o quando guardiamo dalla parte della Parola, quella che illumina anche la Chiesa di oggi.

Don Norberto