5 dicembre 2021

Quarta domenica di Avvento – L’ingresso del Messia

Ultimo pezzo

Un ultimo aggancio alla lettera del Vescovo (l’abbiamo già pubblicata in “stile spezzatino”!) che sollecitava la Chiesa ambrosiana ad essere: “Unita, libera, lieta”. Manca l’ultimo aggettivo, “lieta”, che ora lasciamo sul foglio settimanale anche in concomitanza con quel senso di gioia (pur nelle fatiche della situazione) che il tempo natalizio fa intravedere.
Certo, aspettare il Natale nel periodo degli sconti per provare un po’ di gioia… è riduttivo. Alimentare la gioia perché “a Natale siamo tutti contenti” è forzare la mano… Ma essere “uomini e donne della Pasqua” che hanno sperimentato di essere salvati dal male, quindi “amati e redenti”, hanno la “gioia in corpo” quasi come “avere l’argento in corpo” (aspetto che sottolineava l’amica Edith nel suo ricordarsi bambina).
Alla gioia di quel Dio che ti viene incontro con le Sue mani buche fa da anticipazione la gioia davanti alle manine di un bambino deposto sulla mangiatoia. Sappia il “nostro capo” che qualcuno ha seguito le sue indicazioni o che, per lo meno, cerca di farle proprie e attuarle.


La chiesa lieta

«La vostra gioia sia piena»

Gesù indica nella gioia lo scopo della sua rivelazione, l’introduzione alla conoscenza del Padre e la partecipazione alla sua vita e la conoscenza di tutta la verità frutto dello Spirito.
La gioia cristiana, per quello che se ne può dire, coinvolge tutta la persona e tutte le esperienze. La sua espressione è la festa che ne fa esperienza comunitaria. E il primo segno che Gesù opera a Cana di Galilea è di offrire il vino buono, segno della gioia messianica. Merita di essere esplorato e approfondito il tema della gioia, della festa, della celebrazione.
È riduttivo, infatti, descrivere la gioia come un sentimento che nasce da una situazione favorevole, come un’esperienza piacevole, come soddisfazione di un desiderio, come realizzazione di un’aspettativa, per quanto tutto possa essere compreso in quella gioia che viene dalla vita di Dio, creatore di ogni cosa buona.
È riduttivo definire la gioia come esperienza individuale. Pertanto la festa è l’espressione comunitaria della gioia condivisa tra le persone. L’arte di fare festa richiede un’esperienza spirituale intensa, un’appartenenza culturale per animare linguaggi, musiche, segni che esprimano la gioia e la rendano evento del villaggio, fecondità nella trasmissione del patrimonio alle giovani generazioni e insieme protagonismo dei bambini nel contagiare adulti e anziani.
Nella Chiesa dalle genti le tradizioni culturali diverse sono chiamate a contribuire alla festa di tutti non solo con rappresentazioni folkloristiche, ma con la sinfonia dei linguaggi e la sincerità della reciproca fraterna accoglienza. Il tema è trascurato e consegnato alle agenzie che organizzano eventi. Il villaggio senza bambini si accontenta di qualche attrazione artificiale.
La comunità credente celebra la sua gioia perché nella celebrazione i fedeli ricevono il dono della comunione con la Pasqua di Gesù, principio invincibile della gioia. La festa cristiana ha il suo fondamento nella celebrazione. È quindi necessario che, attraverso la cura delle celebrazioni, si creino le condizioni perché si esprima la gioia frutto dello Spirito. Le celebrazioni tristi, grigie, noiose sono forse il segno di comunità tristi, grigie, noiose: è come se lo Spirito fosse trattenuto, come se il “roveto ardente” fosse solo una fotografia.
Nelle prime ore del mattino la Chiesa, la Sposa, canta le lodi dello Sposo. La liturgia delle ore inizia con le lodi. Tutto il popolo cristiano può essere aiutato a celebrare in forma semplice, personale, domestica e anche in forma comunitaria la liturgia delle ore in modi praticabili nelle concrete condizioni di vita.

La gioia che si accompagna al travaglio

I discepoli di Gesù, destinatari della rivelazione che genera la gioia piena, partecipano delle vicende talora serene, spesso drammatiche e tragiche della storia umana, piangono con chi piange, soffrono con chi soffre. Che sarà della loro gioia? Sarà messa da parte in attesa del paradiso? Il soffrire genera tristezza e smentisce la dichiarazione di Gesù?
C’è qualche cosa di misterioso nella paradossale gioia dei martiri e dei santi che sanno sorridere e cantare anche quando sono perseguitati e maltrattati, disprezzati e insultati, provati in mille modi dalle fatiche e dalle ostilità che incontrano nella loro stessa casa e comunità. Gesù suggerisce l’immagine della donna quando partorisce: «È nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo. Così anche voi, ora siete nel dolore; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia». Nell’anno liturgico lo Spirito Santo conduce a sperimentare le molteplici sfumature della gioia: nella celebrazione dell’Incarnazione del Signore e della sua manifestazione alle genti, nella celebrazione della Pasqua del Signore e del canto dell’Alleluia, nella invocazione dello Spirito e nella vita secondo lo Spirito. «Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace…».

La gioia nel magistero di papa Francesco

L’affetto e la cordiale disponibilità, la consapevole adesione e la responsabilità per la fedeltà al magistero del Papa motivano un’attenzione ai documenti che orientano il cammino della Chiesa e chiedono di essere accolti, meditati, recepiti, attuati anche nelle indicazioni operative che contengono (ndr. Abbiamo omesso un testo tra in tanti in cui il Papa sottolinea questo messaggio che il vescovo ricordava). Papa Francesco ha spesso richiamato tutta la Chiesa. In questo contesto voglio solo osservare l’insistenza con cui il tema della gioia ricorre esplicitamente nei titoli stessi dei principali documenti di papa Francesco: Evangelii Gaudium ; Amoris Laetitia; Gaudete et Exultate  e in un modo allusivo in Christus Vivit, Laudato si’, Fratelli tutti .
Non è ovviamente sufficiente fermarsi ai titoli. In particolare siamo stati chiamati a rileggere la Laudato si’ nell’anno pastorale 2020/2021 e siamo invitati al programma di recezione per Amoris Laetitia in questo anno 2021/2022 come proposto in appendice. Mi permetto di concentrarmi su un tema che papa Francesco sottolinea molto: il legame tra la gioia cristiana e lo stile di vita che la sostiene e l’alimenta. Parlando della singolarità dello stile cristiano di vita, il Papa commenta (Gaudete et Exultate, 122) in modo molto concreto:
Quanto detto finora non implica uno spirito inibito, triste, acido, malinconico, o un basso profilo senza energia. Il santo è capace di vivere con gioia e senso dell’umorismo. Senza perdere il realismo, illumina gli altri con uno spirito positivo e ricco di speranza. Essere cristiani è «gioia nello Spirito Santo», perché «all’amore di carità segue necessariamente la gioia. Poiché chi ama gode sempre dell’unione con l’amato… Per cui alla carità segue la gioia».
Come dicevo, la gioia cristiana non è una emozione ma più profondamente un habitus che dona energie spendibili nella vita di ogni giorno, a livello individuale, familiare e sociale, e che trascina tutti noi nel processo di rigenerazione della storia e del cosmo (vero motore di ecologia integrale) che è la risurrezione di Gesù Cristo. La gioia cristiana è strumento per la trasformazione del mondo e la conversione dei cuori.

 + Mario Arcivescovo


Perché Magnificat

Ci sono preghiere che hanno tenuto la dizione latina: “Benedictus, Nunc dimittis, Requiem aeterna, De profundis…e Magnificat”, appunto. Da ragazzo sentivo queste preghiere recitate dagli anziani che, senza aver fatto il liceo classico, usavano il latino. Sulle desinenze o sulla comprensione di quello che la gente capiva non mi pronuncio però percepivo che la recita a memoria delle stesse possedeva un senso di mistero che avvicinava al divino. Si sapeva che facevano parte delle “preghiere doc” e quelle parole erano importanti! Quando si entrava al cimitero “si attaccava” con il De profundis (inizio del salmo 130) mentre al vespero domenicale non mancava mai il Magnificat cantato a pieni polmoni. Ora questo inno lo si può recitare durante il vespero giornaliero o nelle messe di vigilia nel nostro rito.
Maria ha recitato questo inno dalla cugina Elisabetta come sappiamo ma… “copiando” (non si dice espressamente così), ispirandosi alla preghiera che Anna, la madre di Samuele, rivolge a Dio dopo che il bambino le è nato pur anziana (siamo al capitolo 2 del primo libro di Samuele).
Anche Maria entra in questa linea di lode a Dio che nel poco, nell’umile, nel semplice mostra la sua bontà infinita. Maria fa quasi da memoria vivente di come il Dio d’Israele abbia agito nella storia. Il bello è che, quello che lei dice nella casa di Elisabetta incinta, sarà ancora più preciso nel Dio che suo figlio Gesù rivelerà, quel Padre della misericordia che agisce e agirà (come dice) “per tutti secoli dei secoli”.
Sapere che Dio ha un occhio di predilezione per i piccoli, i deboli, gli umili… ci fa un sacco di bene ma, nello stesso tempo, ci mette in guardia qualora il nostro modo di vedere fosse differente o peggio contrario. Un monito per non essere smemorati proprio perché Dio non lo è.


Avvisi

Martedì 7 dicembre – festa di sant’Ambrogio

Ore  8: Messa
Ore 18: Messa solenne in onore del santo (non celebrazione della Immacolata)

Mercoledì 8 dicembre – festa della immacolata

Orario festivo delle messe

Giovedì 9 dicembre

Terzo incontro sul vangelo (ore 15.30 e 21)

Sabato 11 dicembre

Messa con i volontari della Misericordia

Domenica 12 dicembre

Vendita biscotti preparati dai ragazzi dell’oratorio

Errata, corrige

Il pellegrinaggio a Fatima sarà dal 2 al 4 giugno 2022