Un tassello tra il mosaico
Pur nel breve tempo in cui il vescovo è stato tra con noi, abbiamo percepito la profondità di ogni istante. La sua parola di commento al vangelo nella festa di “Cristo Re dell’universo” è stato un tassello interessante e vivo di quel mosaico che vogliamo osservare attraverso tante voci.
Come sempre mancherà un tassello! Si tratta di quello che dovrai mettere tu, al termine della lettura di questi fogli. Iniziamo allora dall’omelia fatta domenica 9 novembre a Santo Stefano e a San Felice. (dN)
Il Vescovo a noi
La visita pastorale è l’occasione per dirvi: accogliete le proposte diocesane, partecipate alle convocazioni, condividete le priorità. È occasione per ascoltare quello che il Signore vuole dire a ciascuno di noi e alla nostra comunità nella festa di oggi.
Andate a dire agli uomini che sono vivi
Ci sono uomini e donne che camminano sulla terra e vivono senza sapere di essere vivi, vivono indaffarati e infelici e non sanno perché, vivono gaudenti e infelici e non sanno perché, vivono e pensano che sono destinati a morire.
Andare a dire a tutti i figli degli uomini che sono vivi e che la morte, l’ultima nemica, è stata vinta e in Cristo primizia di coloro che sono morti, … tutti riceveranno la vita. Andate a dire agli uomini che sono vivi, andate a dirlo là dove vivete, là dove lavorate, là dove incontrate la miseria e il benessere.
Andate a dirlo là dove i preti non possono arrivare. Andate a dirlo là dove altri discepoli sono forse intimiditi e non sanno come dire di essere vivi della vita ricevuta, della vita eterna. Andate a dire agli uomini che sono vivi, voi vi nutrite del pane di vita, voi li invitate la riconoscere la presenza di Gesù vivo nel pane vivo disceso dal cielo.
Andate a dire agli uomini che sono liberi
Ci sono uomini e donne che vivono come rassegnati a un destino, piegati dal troppo soffrire, imprigionati in ingranaggi troppo indiscutibili, segnati da situazioni troppo vincolanti.
Andate a dire a tutti che sono liberi: possono scegliere il bene o il male, possono dire sì o no all’affamato che chiede un pane, possono dare tempo a chi pena in carcere o trattenere per sé il proprio tempo come proprietà privata per un uso privato. Andate a dire che sono liberi e che dalla loro libertà dipende la qualità della vita di tutti. Andate a dire che non è lo stesso fare il bene o non fare niente o fare il male: perché non siamo destinati alla morte e tutti dovremo rendere conto a Dio.
Andare a dire agli uomini che sono benedetti
Ci sono uomini e donne che vivono smarriti, come se fossero dimenticati da Dio, che vivono angosciati, come se fossero condannati a tremendi castighi, che vivono spaventati, come se fossero assediati dalle invincibili potenze del male, che vivono tormentati da sensi di colpa.
Andare a dire che sono benedetti in nome di Dio: nel segno della croce è squarciato il velo del tempio e Dio si è rivelato in Gesù misericordia, perdono, amicizia fedele. E nell’ultimo giorno per ogni gesto minimo sarà pronunciata la benedizione: venite, benedetti del Padre mio!
Andate a dire agli uomini che non c’è male che sia irrimediabile se consegnato alla misericordia di Dio: Dio benedice i suoi figli; andate a dire agli uomini che non c’è bene che sia dimenticato, se è scritto nel libro della vita. Dio benedice i suoi figli.
Andate a dire agli uomini del trono di fuoco
“Fa freddo nella storia” (G. Caproni). Ci sono uomini e donne che sembrano felici, ma hanno il gelo nel cuore; ci sono uomini e donne che sembrano affettuosi, ma hanno il gelo nel cuore, ci sono uomini e donne che sembrano irreprensibili, ma hanno il gelo nel cuore.
Andate a dire a tutti del roveto ardente che ha acceso in voi il fuoco: parlate del trono che era come vampe di fuoco con le ruote come fuoco ardente e un fiume di fuoco scorreva e usciva dinanzi a lui. Parlate di quell’intimo ardore che ha acceso la vostra vita, parlate di quella gioia profonda e invincibile che è il trono sul quale si è assiso il vegliardo. Date testimonianza che c’è una gioia invincibile perché al Figlio dell’uomo è stato dato ogni potere, gloria e regno, il suo potere è un potere eterno, che non finirà mai e il suo regno non sarà mai distrutto. E il potere del Figlio dell’uomo è il potere di rendere felici, veramente felici, felici per sempre.
+ Mario Delpini
Una statua che parla
Ciao, sono San Rocco, il patrono di Segrate. Oggi qui nel nostro cimitero è accaduto qualcosa di speciale: il vescovo Mario ha scelto di iniziare la sua visita pastorale proprio da questo luogo silenzioso, ma pieno di vita custodita nella memoria. Sono anni, anzi decenni, che vedo passare tanta gente.
Eppure, l’arrivo di un vescovo mette sempre un po’ di agitazione, persino ad una statua come me. Mi verrebbe voglia di raddrizzare il mantello o di dare una carezza al mio fedele cane, ma niente, rimango fermo. E ascolto. E osservo. Ascolto le sue parole che ricordano come, tutto intorno a me, riposino le persone (tante) che hanno fatto la storia di Segrate. Osservo i volti di chi è presente: volti attenti, emozionati, ognuno con una storia nel cuore. È proprio vero, questo cimitero, seppur luogo silenzioso, parla. Parla con i passi lenti dei visitatori, con i fiori lasciati vicino a chi manca, con le preghiere silenziose di chi arriva, magari un po’ stanco, ma che poi se ne va, magari un po’ più leggero.
Sicuramente il vescovo ha saputo cogliere tutto questo, che non è tristezza ma memoria. Una memoria che tiene insieme passato e presente e che rende Segrate la città che è. Grazie Mario, per averci ricordato che ciò che è oggi Segrate è grazie a chi è qui con me e riposa in pace.
Cristiana
Con domande e risposte
L’incontro con il Consiglio pastorale è stato molto più di un semplice adempimento istituzionale, ma un vero e proprio risveglio sul senso del nostro essere comunità. L’arcivescovo ha definito il consiglio pastorale non come un luogo per una rassegna di opinioni, ma il cuore pulsante della sinodalità. Camminare insieme significa che laici e preti sono chiamati a elaborare decisioni cristiane e a costruire insieme. Non basta dare una mano. Dobbiamo invece imparare a coltivare la fantasia e l’ingegno come strumenti capaci di aprirci a nuove strade e verificare la coerenza delle nostre azioni con l’autenticità evangelica. Il cuore della nostra missione è l’andare.
Con riferimento al Giubileo, l’arcivescovo ha identificato proprio la speranza come sfida della nostra chiesa. Ci ha inoltre spronati a vincere la reticenza e l’imbarazzo che spesso ci frenano, impedendoci di annunciare con coraggio il Vangelo. Non possiamo ridurlo a un semplice “buon esempio”.
A suggellare l’incontro non è stato soltanto il pranzo condiviso, ma il clima di fraternità che lo ha accompagnato. L’arcivescovo ci ha ricordato che la vera testimonianza nasce dal vivere l’amore sinodale nella quotidianità, prima ancora di proclamarlo a parole. Il nostro impegno è chiaro: custodire queste indicazioni, tradurle in gesti concreti e non lasciarle cadere a terra.
Enza S.
Tra le panche
Il fuoco dello Spirito Santo che anima il nostro servizio liturgico. «Accostatevi al fuoco dello Spirito Santo»: l’invito del nostro Arcivescovo Mario risuona anche per noi che svolgiamo il servizio di animazione liturgica. È un richiamo che non può lasciarci indifferenti, perché attraverso il canto e la musica desideriamo sostenere la preghiera dell’intera comunità.
Per noi il “fuoco” dello Spirito è la forza che trasforma il semplice suonare o cantare in autentica lode. Senza questa dimensione interiore, la nostra sarebbe soltanto tecnica; con il suo aiuto diventa invece preghiera condivisa e occasione di incontro con il Signore. Questo fuoco ci ha accompagnato nelle settimane di preparazione, nelle prove e nei gesti silenziosi che precedono ogni celebrazione. Un impegno che non si esaurisce nella precisione musicale, ma trova il suo senso più profondo nella gioia di servire.
L’Arcivescovo ci invitata a proseguire con entusiasmo e gratitudine. Vogliamo accogliere questo dono, aiutando ogni fedele a “gustare e vedere quanto è buono il Signore”.
Raffaella M.
Nelle note
“Voglio cantare al Signore finché ho vita, cantare inni al mio Dio finché esisto” (Sal 104). Le parole di questo salmo mi risuonano dentro mentre penso alla visita pastorale di domenica scorsa. Qualcuno mi ha detto che è stata “una bella celebrazione”. È vero. Ma mi sono chiesta: che cosa l’ha resa così “bella”?
Mentre dirigevo il coro, il mio sguardo abbracciava la nostra comunità, raccolta attorno all’Eucaristia, alla Parola e al nostro Vescovo. La sua presenza non è stata soltanto un momento da ricordare, ma un segno da interpretare. Ci ha ricordato che la Chiesa non si raduna per assistere come pubblico, ma per partecipare con una sola voce come popolo convocato. E proprio il canto, in questa celebrazione, non è stato un semplice accompagnamento, ma il respiro stesso della nostra preghiera. Perché, se la liturgia è davvero il cuore della comunità, allora il canto è il battito che rende vivo questo cuore.
Ecco: questo è davvero bello. Durante la Messa si percepiva che eravamo lì insieme: non ognuno con la propria fede privata, ma come una sola voce dalle mille sfumature, parte di un unico corpo. Un po’ come le canne del nostro organo: tutte diverse, eppure fatte per risuonare grazie a un unico soffio. Non un soffio qualunque, ma quello dello Spirito. È Lui il vero direttore del coro: a noi spetta soltanto lasciarci attraversare, non cercare la perfezione, ma essere docili alla sua guida.
Per questo continuerò a cantare al Signore finché ho vita: perché dove c’è canto nasce comunità, e dove c’è comunità, lo Spirito abita.
Raffaella C.
Voi mi siete cari. Tu mi sei cara!
Tu mi stai a cuore, così Vescovo Mario ha toccato la mia sensibilità. Confortante sapere che qualcuno si sente responsabile della mia vita comunitaria e di fede ed è così bello essere guardata. Oggi mi è davanti, e mi incoraggia ad usare la forza dei miei limiti, ad aprirmi senza paura ai progetti che Dio ha su di me senza chiedere ma nell’abbandono dell’accettazione. Dio l’ha inviato qui per dirmi che mi guarda e mi parla.
È il momento del silenzio. Ascolterò nel silenzio la voce di mio Padre, leggerò la sua Parola, lo cercherò nelle mie prove, nella mia realtà e nel mio peccato. Tutto sembra essere semplice, una volta sola mi accorgo di aver paura di questo silenzio interiore, ho paura di questa profondo abisso, cerco me stessa e non mi trovo, e quando mi vedo chi sono?
Mi conforta tuttavia il ricordo delle parole sussurrate del Salmo 139: “…se scendo negli inferi, eccoti!”. Non ci si può allontanare dallo Spirito di Dio perché la sua presenza è garantita in ogni luogo. L’anima si quieta perché qui in fondo ci sono io ma anche Dio. Allora inizio a parlare ma tu sai già tutto, non sono sola e fuori si è fatta sera.
Stella B.
Un dono ai nonni
Il nostro Arcivescovo, al termine della Messa, ha regalato a noi, diversamente giovani, un prezioso libretto: “Regola di vita per i nonni“, sintesi di una santità educativa che ormai ci compete, giacché facciamo, quasi sempre, i vice-genitori. Sottolinea la Grazia speciale di questo ruolo e il mettere in pratica benevolenza, saggezza e disponibilità nella testimonianza di una fedeltà a Dio e di una responsabilità paziente nei confronti degli altri.
Anche chi non è nonno geneticamente, può comunque rivolgersi alle nuove generazioni con bonomia, offrendo con l’esempio punti di riferimento a chi rischia sempre più di esserne privo. Il tempo a disposizione per operare nel volontariato, anziché rinchiudersi nel proprio “orticello”, è esso stesso una preziosa testimonianza per coloro che pensano, purtroppo, che non sia giusto dedicarsi agli altri senza un tornaconto personale.
Meditiamo questo piccolo opuscolo e ci sarà d’aiuto prezioso. Nella preghiera poi, troveremo la forza per essere nonni santi!
Elisa O.
Nel piatto dell’arcivescovo
È una storia che ho sempre sentito raccontare ma oggi posso finalmente raccontarvela in prima persona… e sono bastati un po’ di calore, un gruppo affiatato al lavoro, l’allegria riposta nella semplicità dei preparativi che sanno di casa e un po’ di brodo! Sì, un po’ di brodo perché da piccolo chicco sottile io potessi diventare un risotto di tutto rispetto.
E chi l’avrebbe mai detto che tra una mescolata, una mantecata e un’impiattata fossi proprio io a finire nel piatto del nostro Arcivescovo Mario! Sono sincero: un po’ ci speravo, non per spavalderia ma per curiosità! Chissà cosa penserà di me?! Chissà se mi noterà?! Chissà se sarò buono abbastanza?!
Chissà… chissà… “Ma che bontà!” ha detto lui, mettendo fine a tutti i miei chissà e restituendomi la cosa più bella: il sapore unico della gioia che viene solo del mettersi al servizio per e con gli altri, non dimenticandosi di sé ma sentendosi parte di un tutto, proprio come me… un piccolo chicco sottile diventato un risotto di tutto rispetto!
Segnatevi la ricetta perché non ci sono ingredienti segreti ed è facile da rifare: sii te stesso e fidati del Signore quando ti mostra la bellezza dello stare insieme perché la gioia, quella vera, ha un sapore buonissimo!
Gli amici della cucina
Due bambine raccontano
Una giornata memorabile: il Vescovo incontra il suo “piccolo” gregge
Qualche domenica fa, il Vescovo Mario Delpini è venuto a Segrate e ha incontrato noi bambini del catechismo. Ci ha regalato una immaginetta con il disegno di montagne azzurre e bianche, come il cielo, e una nuvola dai colori sgargianti che rappresenta le feste. Il Vescovo ha spiegato che il pittore ha scelto gli stessi colori per il cielo e le montagne per indicare che “ciò che sta in cielo sta anche sulla terra”, proprio come diciamo nel Padre Nostro.
Sul retro dell’immaginetta c’è la “preghiera del giovedì”, una preghiera breve che noi bambini recitiamo in questo giorno, uniti anche se ognuno nella propria casa.
Dopo aver ricevuto la sua Benedizione, siamo andati a ringraziarlo. Ma lui ci ha detto: “Non ditemi grazie, ma qualcosa di più importante, per esempio… il vostro nome!”.
Poi, con i nostri amici siamo andati a Messa, celebrata da lui, che è stata più lunga del solito. Ci ha colpito molto il disegno sull’immaginetta, con il contrasto tra i colori, e il significato che il Vescovo ci ha trasmesso.
Camilla e Carola
La gioia delle castagne
È il fuoco il vero protagonista, il fuoco dell’amicizia, della solidarietà e della pace. Sono questi i temi proposto da sua eccellenza Mario Delpini.
Gli alpini quel fuoco lo hanno acceso in piazza san Francesco per cuocere le castagne, le quali hanno avuto la bella idea di farsi mangiare dal vescovo al termine del pranzo svolto in oratorio, mentre il vescovo apprezzava con vivace gioia. Le castagne degli alpini, come tutte le altre attività, sono un pretesto per creare fra la gente, aggregazione, in un momento particolare, come è stata particolare la visita del vescovo nella nostra comunità. Semplice la sua presenza dove eravamo, alzando anche lui il bicchiere con un goccio di vino. Il calore di quella fiamma arderà sempre nei nostri cuori.
Roberto L.
Il profumo di incenso
Sono ormai nove anni che svolgo questo compito, da quando ero in quarta elementare ogni domenica vado a servire a Messa. Nove anni passati tra messe di Natale a mezzanotte e tridui pasquali. Nove anni ad accendere infinite candele, ad indossare quella tunica che ogni anno diventava sempre più piccola. Nove anni a ridere nei momenti meno opportuni e a riempire la chiesa di incenso.
E pensare che prima non riuscivo ad annusare quell’odore; ora invece quell’odore significa casa, quell’odore che tanto odiavo è diventato parte di me. Mi sono sentita onorata di essere presente, con Giulia e gli altri chierichetti e chierichetti, alla messa per la visita pastorale, con il turibolo e la navicella. A noi che eravamo presenti, ha dato il compito di fare meglio il servizio all’altare facendoci dono della rivista “La Fiaccolina”.
Come cerimoniere mi sento responsabile di questo: essere una guida per i bimbini che, come me, hanno scelto di intraprendere questo percorso. Ragazzi che ogni anno vedo crescere, a cui mi affeziono sempre di più. In questi anni l’incenso mi ha visto crescere, ha visto il mio mettermi in gioco senza la paura di essere giudicata. Anche se ho diciassette anni, lo stesso incenso mi vedrà svolgere questo compito, per me importantissimo, ancora per molto e la vicinanza al vescovo mi ha confermato in questo.
Margherita
Una fiamma rossa
Sono stata portata sull’altare, sono rossa e la mia fiamma è alta. Io, e tante altre come me, veniamo portate dal vescovo nelle parrocchie in cui si reca, perché sia segno della vocazione e perché si preghi per le vocazioni. Parola molto cara a chi ha una certa età, forse parola poco avvertita dai più giovani.
Chi sono io, lampada rossa? Sono solo il richiamo a dare una risposta a chi chiama.
È il Signore che chiama ad una vita spesa per gli altri e per il regno di Dio, secondo come uno è. Sempre Gesù è colui che chiama a un servizio importante nella Chiesa, perché ci siano sacerdoti e consacrati al vangelo offrendo la vita senza sposarsi.
Vocazione è così la risposta di chi dice: “Certo che, se mancano sacerdoti, chi offrirà l’eucarestia, chi donerà il perdono, chi annuncerà la Parola, chi terrà insieme una comunità? Signore manda me, sono disposto a spendere la mia vita così”.
Ancora: “Ecco Signore voglio seguirti come donna amando solo te, amandoti nelle persone che incontro: mi consacro nel monastero, nella clausura, nel servizio agli ultimi, andando dove nessuno conosce ancora te. So che sarò nella gioia”.
Don Norberto
Don Norberto
