Lo striminzito segno di croce

Non demordo osservando quello che accade durante i riti di commiato. Vedo come la gente vive il momento del funerale o partecipa al cimitero quando si è al momento del seppellimento o si pone l’urna cineraria nel loculo. Quando vogliamo salutare una persona, senza parlare, muoviamo la mano in un certo modo o la stringiamo come fanno i bambini per dire “ciao”.
Chissà perché, ad un funerale o al cimitero l’ultimo saluto ad una persona cara è… un segno di croce! Certo un segno striminzito assai, eseguito in modo frettoloso e soprattutto molto accorciato sul petto ma rimane pur sempre il segno di croce!
Non ci sono altri saluti, a parte il silenzio, quando si è davanti alla morte di una persona cara: si fermano i gesti, ci si perde, non si sa che fare. È rimasto il semplice segno di croce anche se “stitico” ad esprimere un addio a chi non si incontrerà più.
Mi piace quel gesto fatto anche da chi, mi immagino osservando, da anni non mette piede in una chiesa o aspetta fuori per il fastidio verso il famoso “fumo delle candele”; eppure…
Mi pare bello rispettarlo perché viene fatto con affetto e con umanità, con una certa povertà che ci lascia senza parole. Già dicevo, nel precedente asterisco, di come il verbo “toccare” abbia una forza notevole su una bara o sull’urna.
Anche per quel movimento della mano è così. Certo, farlo bene sarebbe un altro conto, accompagnare il gesto eseguito con calma da una parte e l’altra del nostro corpo, perché “siamo nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo” sarebbe un’altra cosa; eppure quel veloce segno di croce nell’ultimo saluto continua a colpirmi e a commuovermi. Non vedo scaramanzia ma solo una sacralità. C’è una potenza di quelle dita che si muovono velocemente.
Credo che anche la persona (non ovviamente il cadavere in quella bara, ma la persona), faccia lo stesso segno, forse un po’ meglio, anche perché insieme c’è il Crocifisso in persona! Anche loro ci salutano “nel Padre, nel Figlio, nello Spirito Santo”, appunto perché si rimane in una comunione che non finisce.
don Norberto